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La vita di S.Filippo d'Agira

La vita di San Filippo d'Agira

Pubblichiamo la vita di San Filippo di Agira. L'opera è stata scritta dalla Dott.ssa Pina Daidone.  Si ringrazia della collaborazione Mons. Gaetano Daidone.  

PREMESSA ALLA VITA DI S. FILIPPO  

La questione delle due agiografie e agiografie riferite San Filippo di Agira

Nel  delineare la figura e la storia di S. Filippo è necessario, innanzitutto, riferire dell’esistenza di due vite del Santo, diverse per epoca di composizione ed autore, anche se entrambe in lingua greca. Gli autori di queste vite vengono denominati con il nome di Eusebio, un monaco compagno del santo,  e con quello di Atanasio, arcivescovo di Alessandria.  Dire, però, chi siano tali autori in realtà risulta piuttosto arduo, poiché essi non forniscono notizie chiare e precise su loro stessi e sull’ambiente nel quale sono inseriti. Anche l’analisi dei manoscritti, poi, non è stata sempre puntuale e corretta. Difficile risulta stabilire con esattezza, anche, l’epoca di composizione delle due vite, compilate molto probabilmente all’inizio del X  sec. o poco prima quella eusebiana, nel XII o XIII sec. quella pseudo-atanasiana. Le due agiografie presentano elementi comuni, ma anche notevoli divergenze. La vita eusebiana, infatti, fa nascere S. Filippo al tempo dell’imperatore Arcadio, nel V sec., da  Teodosio, un nobile di origine siriaca che abita in Tracia, e da Augia, una donna di origine romana. Questa collocazione storica ha come immediata conseguenza il fatto che Filippo riceva il sacerdozio e il mandato di evangelizzare Agira da un successore di Pietro del quale viene taciuto il nome. L’autore della vita pseudo-atanasiana, invece, colloca S. Filippo nel I sec. durante il regno di Nerone, lo fa nascere a Betsaida da Teodosio, un nobile romano, e da Anesia, mentre è Pietro in persona che lo consacra presbitero e lo invia ad Agira. Tra le due agiografie presenta elementi più interessanti ed originali quella attribuita al monaco Eusebio, mentre la vita pseudo-atanasiana è chiaramente dipendente da essa. Il popolo agirino ama collocare S. Filippo nel I sec., durante l’impero di Nerone e considerare perciò San Pietro in persona il pontefice che lo consacra presbitero e lo invia in Sicilia  per svolgere la missione di taumaturgo ad Agira.


 BREVE STORIA D'AGIRA

   Panorama di Agira 

Premessa 

Descrivere il culto di un santo vuol dire sempre narrare la storia degli uomini che gli sono devoti e molto spesso quello del luogo da essi abitato. Così per narrare la storia del culto di S. Filippo d’Agira è necessario tener presente la storia del paese in sui egli è venerato con il titolo di patrono. In questo primo capitolo, pertanto, mi soffermerò, in modo piuttosto succinto, sulla storia antica e recente di Agira nella convinzione che questo breve excursus serva a comprendere meglio le caratteristiche del culto di S. Filippo. In esso si partirà dalle prime frequentazioni umani risalenti alla preistoria per seguire la vita antichissima, antica e del passato più recente per giungere alla storia contemporanea e alla realtà attuale, decisamente meno gloriosa, ma non per questo meno degna di attenzione.

  

  

Breve excursus storico  

Agira, eretta su un monte che permette di dominare le colline circostanti e le valli del Salso e del Dittaino, vanta una storia millenaria. La sua origine si colloca già ai tempi delle prime frequentazioni umane nella zona interna della Sicilia e la sua storia interagisce con quella dei centri più interni dell’isola[1]. Il suo stesso nome denota un’origine chiaramente greca se, come sostengono diversi studiosi[2], deriva dal greco Argyrion o Agyrion che significa argento. Sul suo territorio sembra, infatti, che fossero presenti delle miniere di argento ben visibili fino al secolo XVI.

Il paese, in origine abitato dai Siculi, durante il periodo greco svolge un ruolo importante, secondo quanto scrive Diodoro Siculo[3], nella lotta tra Siracusa e Cartagine, fatto questo che permette agli abitanti di ottenere la cittadinanza siracusana. Nello stesso periodo la città è ricoperta di splendide opere pubbliche come alcuni templi ed il teatro, mentre è particolarmente fiorente il culto di Eracle[4]. Nel periodo romano — scrive Cicerone nelle Verrine — il popolo agirino, illustre e fedele, vede le proprie campagne deserte ed incolte per il malgoverno di Apronio, prefetto dei decumani[5], e per le ruberie di Verre.

Durante l’impero romano la storia di Agira rimane strettamente legata a quella di Roma. In seguito il paese passa sotto la giurisdizione dell’Impero d’Oriente.Nel periodo bizantino sembra essersi sviluppato un importante cenobio basiliano, la cui importanza è dimostrata dalla menzione nelle agiografie di santi monaci dell’area italo-greca e da recenti studi sulla vita di S. Filippo, attribuita al monaco Eusebio. Di tale cenobio di rito greco non resta alcuna traccia, poiché molto probabilmente è stato abbandonato nel IX secolo senza alcun apparente motivo[6], anche se esso può essere ravvisato in una forte carestia o in un’improbabile repressione araba.

Nel 1063 si combatte nel territorio tra Agira e Nicosia un’importante battaglia tra arabi e normanni nella quale resta ucciso il nipote del conte Ruggero, di nome Sarlo, dal quale la contrada prese il nome, mentre il conte Ruggero viene ospitato per alcuni giorni nel convento di Agira. Nel 1094 il convento di Agira viene ripopolato con monaci benedettini, ampliato ed arricchito con donazioni di suppellettile, rendite e feudi, mentre viene dedicato a S. Maria Latina. Nel periodo normanno vengono edificate diverse chiese tra le quali meritano particolare menzione quelle di S. Maria Maggiore e del SS. Salvatore.

Ai normanni seguono gli svevi, dai quali nel 1215 viene edificata la chiesa di S. Margherita su quella che prima era una chiesa bizantina dedicata a S. Sofia con una cappelletta in onore di S. Sebastiano.

Carlo V nel 1537 conferisce ad Agira il titolo di città e, in seguito al versamento di quindicimila fiorini, il privilegio di «mero e misto impero»[7], mentre il territorio è aggregato al regio demanio e non può essere venduto, né alienato, né pignorato, né concesso in baronia. Alla città viene, inoltre, concesso il diritto di possedere il gonfalone, che è rosso con un’aquila bifronte mentre al centro campeggia su fondo azzurro la figura di S. Filippo in abiti sacerdotali[8]. Nonostante il privilegio imperiale nel 1625 Filippo IV vende Agira a dei mercanti genovesi, ma la popolazione si tassa per pagare il riscatto che le permette di riottenere gli antichi privilegi[9].

La ricchezza di Agira nell’età spagnola e in genere nei secoli XV- XVII è testimoniata dal fatto che la maggior parte delle chiese esistenti subiscono ampliamenti e rifacimenti, atti a conferire maggiore sfarzo. Tra gli edifici di culto eretti in questo periodo bisogna ricordare le chiese di S. Antonio di Padova e di S. Pietro apostolo. Anche la vita religiosa è assai fiorente per la presenza di vari ordini monastici sia maschili che femminili[10].

La prosperità economica del paese è testimoniata dalla presenza di un’importante fiera nel periodo 1-18 maggio, in occasione della festa di S. Filippo, che richiama grandi masse di forestieri dalle zone circostanti. Nel corso di questo secolo anche il culto di S. Filippo assume nuovo splendore e nel 1599, durante i lavori di ampliamento della chiesa di S. Maria Latina, vengono rinvenuti i resti del santo insieme a quelli di altri santi[11].

Nell’ottocento il numero della popolazione e la ricchezza del paese iniziano a declinare per vari motivi, quali la mancanza di fondi pubblici, i dazi esorbitanti sui generi di prima necessità, l’ingordigia degli appaltatori delle tasse, lo spopolamento dovuto all’emigrazione e al fatto che molti avviano i figli alla carriera ecclesiastica , la mancanza di strade.

Durante il periodo risorgimentale anche Agira risente di un certo spirito rivoluzionario per la presenza di alcuni carbonari che si riuniscono a casa del barone Zuccaro, mentre il passaggio di Garibaldi suscita, come negli altri paesi siciliani, più entusiasmo momentaneo che reali cambiamenti[12].

Tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento si fa sempre più larga la piaga dell’emigrazione che in questo periodo ha come meta le due Americhe, le cui terre sembrano promettere delle possibilità di vita più prospera e tranquilla. Durante la prima guerra mondiale molti sono i caduti. Nel periodo fascista viene eretto un monumento, in piazza Fortunato Fedele, ai giovani morti in battaglia in terra lontana.

Durante la seconda guerra mondiale il paese rischia di essere bombardato in seguito alla resistenza di alcuni tedeschi che non vogliono arrendersi agli americani.

Se nel passato Agira è stato un grosso centro abitato con la presenza di più di ventimila abitanti, oggi il numero degli abitanti è decisamente sceso intorno alle novemila unità. La popolazione appare dedita al terziario costituito da un commercio limitato al paese e da impieghi di tipo amministrativo. L’industria manca nel territorio agirino. L’agricoltura e l’allevamento continuano ad occupare parte della popolazione, ma per la loro lenta meccanizzazione risultano ancora poco capaci di attirare i giovani.

[1]

Cfr.: R. PATANÈ, Agira, Enna 1986; F. M. PROVITINA, Agira nella storia della Sicilia, Palermo 1983; A. MORI–G. LIBERTINI, Agira, in: Enciclopedia Italiana,  Roma 1949, 892; G. SCIBONA, Agira, in: Archivio Storico  Messinese , s. III, XXXII, 1981, 333-359.

[2]

Cfr. T. FAZELLO, Della storia della Sicilia deche due, Palermo  1817,  577-582;  B. ATTARDI, Storia dell’integra città d’Agira , Palermo 1742; A. RUBULOTTA, Storia di S. Filippo d’Agira, Malta 1876, 49-51.

[3]

Diodoro Siculo,  nato ad Agira nell’età di Augusto,  parla di Agira e della sua storia in diversi libri della sua opera Biblioteca  storica.

[4]

Tra i riti in onore di Eracle, consistenti in vari sacrifici e gare con i cavalli presso la porta chiamata eraclea, va ricordata l’abitudine dei giovani di Agira di consacrare i capelli a Iolao, nipote e compagno di Eracle. Tale costume era diffuso ad Agira fino agli inizi del nostro secolo con la semplice sostituzione di S. Filippo all’eroe pagano. Di tali riti è possibile trovare menzione in: Diodoro Siculo e la storiografia classica, Atti del Convegno Internazionale, Catania-Agira 7-8 dicembre 1984, a cura di E. Galvagno e C. Molè Ventura, Catania 1991, 227-253.

[5]

Con il nome di decumano i romani indicavano i soldati della decima legione.

[6]

Per maggiori informazioni leggi: L. CRACCO RUGGINI, La Sicilia tra Roma e Bisanzio, in Storia della Sicilia iii, Napoli 1980, 47-52; C. PASINI, Vita di S. Filippo attribuita al monaco Eusebio, Roma 1981, 21-22.

[7]

B. ATTARDI, Storia, cit., 249 ss., riporta il testo latino con cui viene concesso il diritto.

[8]

Tale rappresentazione è rimasta invariata nel corso dei secoli. Soltanto tra il 1882 e la fine del secolo, a S. Filippo venne sostituito Eracle che lotta con l’idra di Lerna in obbedienza allo spirito anticlericale del tempo. La fiera opposizione di prelati, come il Sinopoli, fece sì che si ritornasse all’antica immagine.

[9]

Cfr. R. PATANÈ, Agira, cit., 21.

[10]

A tal proposito così come sulla litigiosità tra le varie collegiate e sulla lotta per il matriciato interessanti notizie si trovano nell’archivio dell’arcidiocesi di Catania in Miscellanee paesi S. Filippo di Agira (carpette n. 132, 199, 222), nelle relazioni ad limina pubblicate da A. LONGHITANO su Synaxis, semestrale dello Studio Teologico S. Paolo di Catania, nell’archivio della parrocchia di S. Margherita in Agira.

[11]

Su tale ritrovamento esiste una relazione scritta, rintracciata nell’archivio dell’Abbazia di S. Filippo, però redatta nel dicembre del 1647.

[12]

Cfr. R. PATANÈ, Agira, cit., 25-28; G. TROVATO, Agira passato e presente tra le vie di una città, Agira 1985.

ABBAZIA DI S. FILIPPO

Abbazia di S. Filippo D'agira

Parlare dei luoghi di culto dedicati a S. Filippo significa soffermarsi necessariamente sull’abbazia a lui dedicata ed edificata sul suo stesso sepolcro. Il Santo, infatti, avrebbe chiesto a Belisario, un notabile del luogo, di costruire per lui e per Eusebio, suo compagno, un sepolcro su cui venne in seguito edificato il tempio[1]. La chiesa, che vanta una così lontana origine, è stata nel corso dei secoli oggetto di numerosi rifacimenti ed ampliamenti ed ha avuto annesso un monastero basiliano fino al dominio arabo, benedettino dal periodo normanno fino alla seconda metà del ‘600. L’abbazia di S. Filippo oggi si presenta come un tempio maestoso con un facciata di recente costruzione ma con struttura ed interni settecenteschi ed alcuni elementi architettonici d’epoca precedente. La facciata, realizzata tra il 1916 ed il 1928, sostituisce quella settecentesca crollata nel 1911 e presenta delle forme piuttosto lineari. Essa è decorata da una  grande nicchia centrale, che contiene una statua raffigurante S. Filippo che sconfigge il demonio, e sovrasta sei nicchie più piccole contenenti le statue dei santi protettori delle altre parrocchie. Sulle porte laterali si trovano, invece, due medaglioni raffiguranti S. Eusebio e S. Filippo diacono, mentre il medaglione che sovrasta la porta centrale reca l’immagine di S. Maria Latina[2].

L’interno della chiesa è quello della ricostruzione della fine del ‘700, restaurato negli anni ’60. Presenta tre navate divise da colonne rivestite di marmo rosso. La navata centrale è sovrastata da una volta a botte elegantemente decorata in stile impero. Nel presbiterio è possibile ammirare un coro ligneo finemente intagliato, opera dell’artista palermitano Nicolò Bagnasco, realizzato tra il 1818 ed il 1822. Sugli schienali dei venticinque stalli sono raffigurati episodi delle vita di S. Filippo, alcuni miracoli da lui operati sia durante la vita terrena sia dopo la sua morte  e il ricordo del culto tributatogli dal popolo di Agira.  Sopra l’altare è un bel crocifisso ligneo del XVII sec., opera di frate Umile Pintorno da Petralia, qui collocato negli anni ‘60 dopo la chiusura della chiesa di S. Maria  di Gesù. Nella navata destra, dopo la sacrestia, si trovava la cappella delle reliquie, ora cappella del SS. Sacramento.  Chiusa da un cancello in ferro battuto del XVI sec., era conservata in questa cappella un’urna argentea del ‘600 che La cripta di S. Filippo d'Agiracontiene le reliquie di S. Filippo, S. Eusebio, S. Filippo diacono e S. Luca Casali[3]. Nella stessa navata si trova l’altare dedicato a S. Filippo, ricostruito nel 1998. Nella nicchia si trova una statua in terracotta, molto probabilmente risalente al XVI sec., raffigurante il Santo e restaurata  nel 1998. È dinanzi a questo altare che gli agirini pregano per chiedere l’intercessione del Santo e per ringraziarlo dopo aver ricevuto la grazia.

Dalla navata sinistra si accede attraverso un cancello ed una scala alla cripta, detta cateva  dove furono ritrovate le reliquie di S. Filippo nel 1599 e dove oggi è possibile ammirare una nicchia decorata con un rilievo marmoreo raffigurante il Santo, attribuito alla scuola del Gagini. Posta sotto la nicchia è una scultura in marmo del XVI sec. raffigurante S. Filippo in abiti sacerdotali disteso nel sepolcro. Molti sono i quadri che ornano l’abbazia, conferendole notevole splendore e maestosità. Degni di particolare menzione sono tre pannelli facenti  parte di un polittico del XV sec. Nei tre pannelli sono raffigurati la Madonna con il Bambino, S. benedetto e S. Calogero. Molti sono stati nel corso dei secoli anche i privilegi  concessi all’abbazia di S. Filippo, dei quali un tabulario costituito da pergamene di notevole valore storico, databili tra l’XI e il XVI sec., in gran parte inedite, è testimone prezioso. Tra i privilegi va ricordato il possesso da parte dei priori dell’abbazia della navata sinistra della chiesa del SS. Salvatore, dedicata a S. Filippo diacono. Ciò ha permesso che venissero conservati presso la chiesa del SS. Salvatore una mitra e un pastorale appartenuti ad un abate dell’abbazia di S. Maria Latina e che la tradizione indica addirittura come possesso di S. Luca  Casali[4]. Va  ricordato, infine, che questo stretto legame tra le due chiese permette che il reliquario a forma di avambraccio, con cui durante la processione in onore di S. Filippo viene trasportata una reliquia del Santo, sia conservato nella chiesa del SS. Salvatore.


 

[1]

Questo fatto è ricordato nella vita eusebiana, il cui testo greco è stato tradotto e pubblicato da C. PASINI, Vita di S. Filippo d’Agira attribuita al monaco Eusebio, Roma 1981, 194s.

[2]

L’Abbazia è stata dedicata a S. Maria Latina dal periodo normanno fino al 1985.

[3]

Quest’ultimo sarebbe stato abate del monastero di Agira nel IX secolo.

[4]

Secondo R. PATANÈ, Agira, cit., 78-87, è molto probabile che la mitra e il pastorale, che si possono datare alla fine del XIII secolo, siano appartenuti a Raniero di Messina che fu eletto abate di S. Maria Latina di Agira nel 1308 e che lasciò all’abbazia diversi arredi sacri.

 

 LUOGHI DI CULTO

Affresco conserveto nella Grotta di S. FilippoAssai stretto è il legame che lega la storia di Agira a quella del suo Santo patrono tanto che per diversi secoli lo stesso paese è stato denominato S. Filippo d’Agira o d’Argirò ed ha mantenuto tale nome fino ad alcuni decenni fa nella tradizione popolare[1]. Ancora oggi diversi sono i luoghi la cui storia,  che è spesso leggenda popolare, è strettamente legata a S. Filippo, alle sue gesta eroiche e ai miracoli da lui operati durante la sua vita terrena e dopo la sua morte. Tali luoghi, meta di una profonda devozione popolare, sono disseminati su tutto il territorio cittadino.

  

  

  

  Grotta di S. Filippo 

Grotta di S. Filippo

Il primo luogo degno di menzione è la grotta che viene indicata come l’abitazione del Santo dal momento in cui giunge ad Agira fino alla sua morte[2]. In questa grotta il popolo immagina che si siano svolte tra  S. Filippo ed il diavolo alcune delle lotte che seguono sempre una scommessa o un patto di non belligeranza stipulato dai due. La grotta, sita in via Grotte, è un antro naturale a cui si accede da una porta di recente costruzione e si presenta nella parte iniziale piuttosto stretta e con ai lati delle tombe, dove la tradizione popolare individua i giacigli su cui erano soliti riposare Filippo ed il compagno Eusebio. Sul fondo, invece, la grotta si allarga e sulla parete è appoggiato un altare in legno dipinto. Sulla parete destra è possibile intravedere dei resti di un affresco che, secondo la tradizione, rappresenta S. Filippo e sotto il quale vengono posti dei ceri accesi[3]. Qui il culto trova una delle espressioni più caratteristiche perché i devoti e soprattutto le devote del santo si riuniscono ogni anno per sette mercoledì  consecutivi tra aprile e maggio per celebrare i mercoledì di S. Filippo in preparazione alla festa del 12 maggio.

Chiesetta del castello

Se la grotta è stato il luogo di abitazione del Santo, la zona più alta del paese, dove si trovano i ruderi del castello, è stata anche sede di alcune gesta del santo e di alcune scommesse con il diavolo. Sulla sommità del paese, secondo la tradizione ripresa  dalle due agiografie, si erano rifugiate e vivevano torme di diavoli che vessavano la popolazione di Agira. Filippo giungendo in tal luogo, dopo aver sostato nella grotta, compie la sua missione di presbitero e taumaturgo e vi edifica una chiesetta dedicata a San Pietro in vincoli.

Cappella di via Roma

Dal castello, secondo la tradizione popolare, sarebbe partito un grosso macigno fatto rotolare da S. Filippo in seguito ad una scommessa con il demonio. Il Santo riesce ad avere la meglio sul demonio perché il suo sasso risulta essere non solo il più grosso ma anche quello che percorre il tratto di strada più lungo, visto che va a fermarsi più a valle lungo la discesa che, pur essendo denominata via Roma, è da tutti conosciuta come a petra ‘i San Fulippu. Sulla sommità di questa ripida strada si trova oggi una cappella edificata nel 1867 dagli zolfatari di Agira[4]. Questi la fecero costruire e vi posero dentro, sotto l’altare su cui campeggia un dipinto raffigurante il Santo, un grosso masso estratto dalla miniera e qui collocato in segno di devozione e per porsi sotto la sua protezione.

Cappella di S. Filippo ‘a tripuzzedda

Il tema della scommessa tra S. Filippo e il demonio è assente nelle leggende che riguardano un altro luogo, meta nei mesi tra aprile e maggio di pellegrinaggi quotidiani di anziane devote che la sera sono solite fare il viaggio, e dove il popolo di Agira si reca,  a volte, per sciogliere il voto fatto al Santo[5]. Questo luogo è una cappella di recente costruzione che ne sostituisce un’altra più antica abbattuta nel 1972 durante i lavori di rifacimento di piazza Europa. La cappella viene denominata S. Filippo ‘a tri puzzedda ed è stata edificata come raccontano i ben informati, da tre fanciulle che, cacciate di casa dalla madre troppo povera per dare loro la dote, erano giunte in questo luogo ed erano state aiutate da un vecchio, S. Filippo, a trovare un tesoro nascosto. Un altro racconto, invece, attribuisce l’origine della cappella alla pietà popolare dopo che i palermitani avevano tentato di portare via il simulacro del Santo.

La fontana di MaimoneFontana di Maimone

Una scommessa tra S. Filippo e il demonio oltre che un miracolo riportato dalle due agiografie hanno come sede un altro luogo legato al culto del Santo che non è mai stato, comunque, meta di pellegrinaggi di devoti. Questo luogo, che non è altro che una fontana o, semplicemente, un abbeveratoio per animali, viene indicato con il nome di fontana di Maimone o Mammone[6], in contrada Orselluzzo, perché in una grotta adiacente si troverebbe un demonio così denominato e qui incatenato da S. Filippo dopo la sconfitta.

Rocca di Ciappazzi

Altro luogo legato alla figura di S. Filippo ma che non ha mai costituito meta di pellegrinaggi e la rocca di Ciappazzi, nell’omonima contrada. Si tratta di un grosso macigno staccatosi dalle pendici del monte l’11 gennaio 1826 e precipitato sino alle sue falde. Del crollo erano stati avvertiti due pastorelli cui era apparso S. Filippo, sotto le sembianze di un vecchietto, il quale salvò da morte sicura i componenti della famiglia Pistone la cui casa venne travolta e distrutta[7].

La cripta di S. Filippo d'AgiraCateva di S. Filippo

Ultimo luogo dove il culto trova le sue radici e l’espressione più alta è la cateva (cripta) della chiesa di S. Filippo. Questo è, infatti, il luogo di sepoltura del Santo e qui si ritenne di rinvenire, durante lavori di ampliamento della chiesa, i suoi resti assieme a quelli di S. Eusebio, S. Filippo diacono e S. Luca Casali. Qui il popolo di Agira scende  ogni volta che deve ringraziare il Santo per una grazia ricevuta o per pregarlo nei momenti di difficoltà. Nelle pareti della scala che porta alla cateva erano appesi, nel passato, numerosi ex-voto in argento e in cera, di cui oggi non resta, purtroppo, alcuna traccia[8]. Al di sopra di questa cripta s’innalza un’abbazia in tre navate, dove l’11-12 maggio, l’11 gennaio e nel mese di agosto si tengono le celebrazioni in onore di S. Filippo.


 

[1]

Il paese si chiama semplicemente Agira  dal 1860.

[2]

Di un antro dove S. Filippo sosta insieme ad Eusebio parla anche la vita eusebiana. Cfr. C. PASINI, Vita di S. Filippo attribuita al monaco Eusebio, Roma 1981, 142.

[3]

Secondo Sinopoli di Giunta, questo dipinto sarebbe di epoca bizantina. Tale ipotesi, se potesse essere dimostrata, fornirebbe la testimonianza iconografica più antica tra tutte quelle rintracciabili sul territorio di Agira. Il pessimo stato di conservazione del dipinto, purtroppo, non permette un’analisi adeguata. Cfr. SINOPOLI DI GIUNTA, P. Agira, dattiloscritto inedito, 78.

[4]

Il medaglione posto in alto al centro del cancello d’ingresso reca questa iscrizione: Sulfatari Augustini Effusores A.D. 1867.

[5]

Questa forma di devozione è oggi poco diffusa e raccoglie solo persone piuttosto anziane.

[6]

Il nome del demonio potrebbe avere origine siriaca e sembra richiamare il nome con cui nel Vangelo viene indicata la ricchezza e l’avidità.

[7]

Vd. pag. 39 di questo libretto.

[8]

La presenza degli ex-voto è attestata da alcune testimonianze orali e da una memorietta della Reale Collegiata Abbazia di S. Filippo stilata dal priore Francesco Salbà nel 1904 e conservata nell’archivio storico della Curia Vescovile di Nicosia.

FESTE IN ONORE DI S. FILIPPO E CULTO AL DI FUORI DI AGIRA

Il popolo di Agira continua a venerare San Filippo con un culto molto vitale ed articolato in feste che, scandendo la vita del paese, sono distribuite in vari periodi dell’anno e ricordano il giorno della sua morte oppure particolari miracoli operati dal Santo a favore della collettività.

La festa dell’11 e del 12 maggio ieri

La più antica testimonianza scritta sul culto e sulla festa del 12 maggio, in onore di S. Filippo, ad Agira è rintracciabile nell’opera del Fazello Della storia della Sicilia, dove viene descritta la festa in onore del Santo, a cui lo stesso ha partecipato. Il Fazello, dopo aver descritto la città di Agira ed aver accennato ai fatti riguardanti la vita di S. Filippo, si dilunga nella descrizione della festa e delle numerose liberazioni di indemoniati di cui è stato testimone.

Agli inizi del ‘600 Giovanni Antonio Brandi, religioso appartenente al terz’ordine di S. Francesco, in un’opera sulla vita di S. Filippo racconta alcuni miracoli avvenuti durante la festa del 12 maggio celebrata ad Agira. I miracoli da lui narrati sono stati poi ripresi dal Rubulotta quando,  nel capitolo della sua opera intitolato L’arca e le reliquie,  si sofferma sui miracoli avvenuti durante le processioni svoltesi nei giorni 11 e 12 maggio[1]. Questi autori descrivono le feste in cui intervengono numeroso popolo, il clero locale, le autorità cittadine. Raccontano, inoltre, che durante la processione delle’11 maggio il Santo, attraverso l’urna delle reliquie, compie numerosi miracoli soprattutto quando sono presenti o si trovano nelle vicinanze degli indemoniati o degli increduli. Sul tema della potenza taumaturgica di  S. Filippo insiste anche il Pitrè nell’opera Feste patronali in Sicilia, scritta alla fine del secolo scorso[2]. Di queste guarigioni oggi, a parte le testimonianze di studiosi della storia della Sicilia e di tradizioni popolari, non resta alcuna testimonianza in seguito alla scomparsa degli ex-voto, né alcuna relazione scritta dai presbiteri che si sono avvicendati nella guida dell’abbazia e a causa dello stato di disordine e di abbandono dell’archivio parrocchiale.

Per il periodo più recente, compreso tra la seconda metà delle’800 e i nostri giorni,  è necessario affidarsi  più che a testimonianze scritte a quelle orali di cui sono depositarie le persone più anziane.  Fino agli anni ‘40 l’11 maggio in mattinata si svolgevano due processioni gestite dal capitolo della chiesa di S. Antonio di Padova e da quello di S. Margherita. La precessione gestita dal capitolo di S. Antonio consisteva nel portare lungo la strada, che si snoda dall’abbazia fino alla chiesa di S. Antonio, l’urna contenente le reliquie del Santo ed aveva il suo culmine nella messa durante la quale venivano narrate la vita e le gesta di  S. Filippo. Il capitolo della collegiata di S. Margherita nella stessa mattina aveva l’incarico di organizzare e partecipare alla processione che portava la statua lignea del santo, trasportata a spalle, lungo le vie cittadine fino alla chiesa di S. Margherita. Qui veniva celebrata una messa solenne e da qui nel pomeriggio si ripartiva per portare il simulacro alla chiesa di  S. Maria maggiore, dove restava fino al mattino successivo quando veniva riportato nell’abbazia di S. Filippo, dopo aver fatto il giro delle parti basse del paese. Nello stesso giorno, 11 maggio, nella chiesa di S. Filippo veniva preparato il pesante fercolo, a vara, sotto cui venivano fissati tre lunghi tronchi di legno, detti i bailardi, attraverso i quali numerosi portatori il pomeriggio del giorno successivo trasportavano la statua argentea del Santo.  Tra i portatori avevano un ruolo importante i mastri, che, tenendo in mano i cianciana, grossi anelli di ferro indicavano il percorso da seguire e davano il ritmo alla processione attraverso l’imposizione di fermate e di accelerazioni. La processione che si svolgeva nel pomeriggio del 12 maggio aveva, per antica tradizione, delle soste obbligate lungo la via Vittorio Emanuele e la via Diodorea, anche se all’improvviso venisse, spesso, decisa una sosta non prevista e si accendeva una lite tra i portatori che finivano per porre di traverso il pesante fercolo. Sedata la lite, la processione riprendeva di slancio al grido: All’aura, carusi, viva San Fulippu. Tra soste ed accelerazioni la processione arrivava a S. Margherita dove il fercolo veniva posto al centro dell’altare maggiore in attesa che da S. Maria maggiore giungesse la processione col reliquiario a forma di avambraccio e si potesse così dare inizio alla processione solenne destinata a riportare la statua di S. Filippo nella sua abbazia. A questa processione partecipavano le diverse confraternite presenti in paese[3], il clero locale in paramenti solenni, le autorità cittadine con lo stendardo del comune e numerosissimo popolo, i cui membri spesso portavano la torcia  al Santo per sciogliere il voto. Arrivati nella chiesa di S. Filippo, il simulacro veniva posto sull’altare maggiore, mentre il popolo, dopo essere stato benedetto con la reliquia, si disponeva in fila per baciarla in segno di venerazione. La festa celebrata nei giorni 11-12 maggio, rimane pressoché invariata fino al 1935 quando in seguito alla sensibile riduzione di personale nelle miniere di zolfo, vennero a mancare i portatori per il fercolo e si decise di affidare il trasporto non più alle spalle dei devoti ma ad un camion.

L’11 e il 12 maggio oggi

Oggi la festa in onore di S. Filippo ha un tono solenne ma meno sfarzoso e pittoresco del passato, anche se questa resta, assieme a quella del venerdì santo, la processione a cui il popolo partecipa più numeroso. Le celebrazioni liturgiche della vigilia non si svolgono più la mattina ma la sera ed hanno il loro fulcro nella celebrazione eucaristica. Dopo la messa e la recita di una coroncina in onore del Santo, si snoda la processione con l’urna contenente le reliquie che giunge dinanzi la chiesa di S. Antonio di Padova per ritornare subito nell’abbazia di S. Filippo, dove i fedeli ricevono la benedizione e vengono congedati. In questo giorno non si svolge più la processione con la statua lignea del santo, come avveniva nel passato.

Il 12 maggio nelle ore antimeridiane vengono celebrate diverse messe a cui partecipano numerosi fedeli che a volte sciolgono i voti al Santo. Nel pomeriggio si svolge la processione che dal SS. Salvatore, si snoda all’abbazia, percorrendo le vie principali. Questa processione inizia al calar del sole quando dalla chiesa di S. Maria maggiore, dopo la celebrazione eucaristica, inizia la processione con il braccio di S. Filippo. Davanti la chiesa del SS. Salvatore la processione viene ordinata e prosegue raccogliendo molti fedeli, tra i quali si trovano coloro che sciolgono il voto portando la torcia. Alla fine della processione i fedeli, riuniti nell’abbazia di S. Filippo, vengono benedetti con la reliquia che viene poi baciata da moltissime persone.

La festa di agosto

Una seconda festa in onore di S. Filippo con una scansione uguale a quella di maggio si teneva e si tiene ancora oggi nel mese di agosto. Questa replica fatta in agosto trovava ieri la sua giustificazione nella necessità del contadino di far festa in estate quando disponeva del denaro necessario, era libero da impegni nel lavoro dei campi, poteva e sentiva il bisogno di ringraziare Dio, per mezzo di S. Filippo, per il raccolto ottenuto, prima di riprendere l’occupazione consueta con la vendemmia. La festa, così, si svolgeva nell’ultima decade del mese di agosto e consisteva in un triduo durante il quale venivano riproposte le celebrazioni liturgiche e le processioni fatte nel mese di maggio.

Oggi tale festa viene anticipata nei giorni 10-11-12 dello stesso mese perché  in questo periodo i trovano ad Agira tutti coloro che sono emigrati nel nord Italia e in alcuni paesi europei come la Germania, la Svizzera, l’Olanda, la Francia e il Belgio, dove hanno trovato quel posto di lavoro che la Sicilia non offre. Ancora oggi, pur non essendo più in presenza di una civiltà contadina, la festa conserva le caratteristiche del ringraziamento a Dio per i benefici ricevuti durante l’anno.

L’11 gennaio

In tale giorno il popolo di Agira ogni anno si raduna nell’abbazia di S. Filippo per celebrare una solenne eucarestia come ringraziamento a Dio per la protezione accordata al paese per intercessione del Santo in due occasioni particolari. S. Filippo, infatti, ha protetto  Agira ed i suoi abitanti nel 1693, in occasione di uno dei più devastanti terremoti che abbiano mi colpito la Sicilia orientale facendo migliaia di vittime. Dopo questa particolare protezione la cittadinanza ha ritenuto opportuno ringraziare il Santo con un triduo eucaristico che si conclude con il canto del Te Deum ed il bacio della reliquia la sera dell’11 gennaio in coincidenza con il momento in cui si registrò la più forte e distruttiva delle scosse telluriche[4]. Questo, però, non è il solo motivo di ringraziamento al Santo perché  a partire dal 1826 si ricorda anche la protezione accordata ad una famiglia di Agira alla quale fu evitata la morte. Questa famiglia ,che abitava nel quartiere di S. Maria fu,  infatti, invitata ad abbandonare la propria abitazione, che venne completamente distrutta da un grosso macigno staccatosi dalla sommità del paese nei pressi del castello. Tale fatto era stato preannunziato, come scrive il Rubulotta[5], da un vecchio apparso per ben due volte a due pastori che, a loro volta ne avevano informato il prevosto di S. Maria Maggiore. In seguito a ciò, tutta la popolazione aveva assistito la sera dell’11 gennaio, in coincidenza con l’ultimo rintocco delle campane dell’abbazia, all’evento previsto ed aveva stabilito che da quel momento si ringraziasse il S. Filippo anche per questa protezione.

Culto di S. Filippo al di fuori di Agira

Il culto di S. Filippo non è presente solo ad Agira, luogo dove egli svolse in modo predominante il suo mandato di evangelizzatore e dove morì e venne sepolto, ma anche in altri paesi del meridione d’Italia, dove è venerato come patrono o compatrono. In questi paesi non è facile stabilire l’origine del culto che viene rintracciato o nella sosta del santo in quel determinato territorio durante il viaggio che lo porta da Roma ad Agira, oppure nella presenza di conventi e monaci basiliani che, spostatisi da Agira verso il meridione d’Italia, avevano recato con sé delle reliquie ed avevano diffuso tale culto.

Tra i paesi della Sicilia, che onorano S. Filippo con il titolo di patrono vanno menzionati Aci S. Filippo e Calatabiano nella provincia di Catania, Piazza Armerina nella provincia di Enna.

I paesi del messinese che venerano S. Filippo e ne celebrano la festa in maggio con caratteristiche spesso simili sono: Faro Superiore, Limina, Mongiuffi, Melia, Roccafiorita, Rodi-Milici. Fuori della Sicilia paesi come Favelloni, frazione di Cessaniti, in provincia di Catanzaro, Pellaro in provincia di Reggio Calabria e Laurito nel salernitano tributano un culto particolare a S. Filippo, dopo che esso fu introdotto dai monaci basiliani.

Anche nell’isola di Malta S. Filippo ha dei devoti, una chiesa ed una cittadina di cui è il santo patrono. Zebbüg, denominata un tempo Rohan, venera S. Filippo come patrono dopo che un ricco catanese devoto del Santo e qui abitante vi aveva edificato una chiesa in suo onore. La festa in onore di S. Filippo viene celebrata la seconda domenica di giugno,  mentre il dodici maggio si fa memoria del santo solo nella liturgia. Il simulacro del santo è costituito da una grande statua bronzea che lo rappresenta a figura intera con abiti di rito bizantino e con la croce nella mano sinistra mentre la destra si alza a benedire.

Da Zebbüg nel corso degli anni sono giunti ad Agira durante la festa in onore del Santo, che si celebra ad agosto, numerosi pellegrini per venerare S. Filippo nel luogo dove visse, morì e fu sepolto. Sulla comune devozione a S. Filippo il 10 maggio 1997, nel piazzale antistante la chiesa dell’Abbazia, fu solennemente sancito il gemellaggio tra Agira e Zebbüg dai due sindaci Ing. Gaetano Giunta e Dott. Alfredo Farrugia, presenti un grande numero di agirini e una qualificata rappresentanza maltese tra cui il ministro degli Esteri e il Rev. Sac. Salvatore Caruana. La cerimonia del gemellaggio si è ripetuta a Zebbüg il 7 giugno dello stesso anno, presenti da Agira il sindaco Giunta, alcuni assessori, Mons. Gaetano Daiodone, parroco dell’Abbazia, il vicario parrocchiale, Sac. Giuseppe La Giusa, e un congruo gruppo di fedeli agirini

Festa di San Filippo d'AgiraFesta di San Filippo d'AgiraFesta di S. Filippo d'AgiraFesta di S. Filippo d'Agira

 

[1]

Vd. A. RUBULOTTA, Storia di S. Filippo, cit., 225-234.

[2]

Vd. G. PITRÈ, Feste patronali in Sicilia, Palermo 1900, 257-260.

[3]

Le confraternite erano 13 nel 1842 secondo un elenco dei luoghi e dei corpi ecclesiastici esistenti nel comune e nel territorio, rintracciato nell’archivio storico del comune di Agira.

[4]

Cfr. A. RUBULOTTA, Storia di S. Filippo, cit., 253s.

[5]

Cfr. Ibid., 255-265.

 

VITA DI S. FILIPPO  

La nascita La vita di San Filippo d'Agira

Filippo nasce in Tracia quando i genitori sono ormai avanti negli anni e hanno perduto i figli nati precedentemente. Questi, infatti, erano stati travolti dalle acque del fiume  Sagari il giorno della festa dell’Esaltazione della Croce, mentre con il bestiame lo stavano attraversando[1]. I genitori, quando vengono informati della disgrazia non sanno darsi pace e, prostrati dal dolore, pregano Dio di voler loro concedere la grazia e la gioia di un nuovo figlio. Dio, apparso in sogno all’anziana donna, la rassicura che le sue preghiere hanno trovato ascolto e saranno presto esaudite e chiede di dare al bambino che nascerà il nome  Filippo. Questa, svegliatasi, racconta tutto al marito e dopo nove mesi i due accolgono pieni di gioia e di gratitudine il nuovo figlio al quale viene imposto il nome Filippo.

[1]

La vita pseudo-atanasiana ricorda, invece, un solo figlio, avuto da genitori in età già avanzata.

 

 

Ordinazione diaconale e partenza per Roma

Dopo un’infanzia trascorsa nello studio della parola di Dio e dopo aver consolidato la propria formazione cristiana,   Filippo   viene ordinato diacono  alla  età di ventuno anni e parte alla volta di Roma. Qui lo spinge  il desiderio di conoscere la città e il suo vescovo di cui aveva sentito parlare dai genitori e soprattutto dalla madre.

 

 

 

 

La tempesta sedata

Durante il viaggio per mare  Filippo insieme  agli altri passeggeri della nave rischia di morire annegato a causa di una tempesta che ingrossa le acque. Tutti allora si rivolgono a Filippo perché con la sua preghiera ottenga da Dio la salvezza. La preghiera fiduciosa di Filippo e l’intervento dello stesso apostolo Pietro, apparso al nocchiero della nave, riescono ad evitare il naufragio permettendo a tutti di arrivare incolumi a Roma. Qui Filippo giunge assieme ad Eusebio, un monaco che conosce il latino, lingua a lui sconosciuta, e che gli sarà compagno per tutta la vita.

 

 

 

 

Ordinazione sacerdotale e invio in Sicilia

 


 

 Non appena  Filippo giunge a Roma viene convocato dal pontefice che era stato informato del suo arrivo per ispirazione divina. Il papa lo invita così a partecipare alla celebrazione liturgica e a svolgere il suo ministero diaconale. Attraverso l’imposizione delle mani e la benedizione, il pontefice consente a Filippo  di esprimersi in latino all’interno della liturgia. Questo miracolo si ripete quando Filippo esprime il desiderio di parlare latino anche in contesti che non siano liturgici. Il papa stesso, dopo aver operato il miracolo, lo ordina sacerdote e lo invia in Sicilia con la missione di evangelizzare e soprattutto di  liberare Agira dai demoni che vi si sono rifugiati. In questa occasione il papa consegna a Filippo un decreto[1], scritto da lui stesso, perché  con esso lotti contro le potenze demoniache. Filippo, dopo aver preso il decreto e aver  promesso fedeltà al pontefice, prega Iddio perché  lo aiuti nella missione affidatagli. Quindi s’imbarca insieme ad Eusebio su una nave che li porta fino  alla città di Messina.

[1]

Questo decreto che si presenta come un vero e proprio volume è presente come elemento caratteristico dell’iconografia del Santo. Egli viene infatti rappresentato con un libro nella mano sinistra e con la destra  benedicente. Nella tradizione latina il decreto è speso identificato col Vangelo. Per gli ortodossi, che anche mantengono il culto a s. Filippo, il decreto sarebbe il dogma di Calcedonia (451) col quale si vuole difendere la divinità del Verbo incarnato contro l’eresia ariana.

 Arrivo ad Agira 


Raggiunta Messina, Filippoed Eusebio partono a piedi alla volta di Agira. Giunti nella città, si siedono in un antro all’interno del quale Filippo per tre giorni compie numerose guarigioni. Quindi sale sulla sommità del monte, posto di fronte all’Etna e in cui si trovano alcuni demoni qui rifugiatisi dopo essere stati liberati dai vasi in cui erano rinchiusi a Gerusalemme. Filippo, utilizzando il volume consegnatogli dal pontefice, impartisce una benedizione in seguito alla quale vede i diavoli precipitarsi giù dal monte, gridando il proprio dolore per essere stati raggiunti e scacciati dalla potente mano dell’apostolo[1].

 

[1]

Trova così giustificazione la tradizione che attribuisce la costruzione della chiesa dedicata a S. Pietro in vinculis, sulla sommità del monte sul Agira sorge, a S. Filippo.

 

  

L'azione apostolica e la vita sacerdotale


Ad Agira Filippo vive una vita sacerdotale austera prendendo come dimora la grotta che si trovava ai piedi del monte, fuori le mura della città. Sempre dedito alla preghiera, alla penitenza e all’evangelizzazione. Lo spirito apostolico lo spinge a lottare con le armi soprannaturali per liberare gli uomini dalle insidie del maligno e guidarli nella via della fede. Se durante il giorno era impegnato con gli uomini, ben volentieri toglieva delle ore al sonno della notte per dedicarsi al colloquio filiale e fiducioso con Dio. È, ad Agira, uno strenuo operatore di pace, annunciatore fedele del Vangelo, insegna il comandamento dell’amore, lo pratica perdonando quanti lo combattono, testimoniando, così, che, coloro che vivono nell’amore di Cristo Gesù, possono perdonare e amare come lui perdona ed ama. Si prodiga per le persone bisognose, poveri, malati, emarginati. Presto si diffonde la sua fama di taumaturgo e operatore di miracoli.

 

 

  

 Guarigione del la fanciulla indemoniata

Poco dopo viene presentata a Filippo una fanciulla, figlia di un uomo ricco e timorato da Dio,  tormentata da uno spirito immondo. Filippo appena la fanciulla giunge al suo cospetto impone su di lei le mani ed ordina al demonio che la tormenta di lasciarla libera nel nome di Gesù Cristo e per intercessione dell’apostolo Pietro (8).

 

 

 

 

 

Distruzione degli idoli pagani

 


 

Il miracolo appena compiuto da Filippo fa sì che una moltitudine di uomini e donne, posseduti dal demonio, vengano liberati dagli spiriti immondi dopo aver chiesto ed ottenuto la sua intercessione. In questo stesso momento è grande e potente l’azione di Filippo che riuscì anche ad indurre gli abitanti di Agira a porre fine ai riti demoniaci ed alla offerta di doni presso le tombe dei defunti. Così, mentre distrugge le statue dei falsi dei e i templi loro dedicati, il santo sacerdote  si prodiga nella predicazione e nella edificazione e consacrazione di nuovi luoghi di culto. Qui il popolo di  Agira può finalmente adorare l’unico vero Dio, ormai libero dalla superstizione e dal culto degli dei menzogneri verso cui li guidava l’azione del  demonio.

La resurrezione del fanciullo Giovanni  

Un giorno, mentre Filippo sta recandosi in un luogo appartato per pregare, gli viene incontro una coppia di sposi piangenti e disperati a causa della morte del loro unico figlio. Il ragazzo di nome Giovanni, infatti, era andato poco prima ad attingere dell’acqua alla fonte detta Maimone e, avendola assaggiata, era morto all’istante.  Filippo, conosciuto l’accaduto, corre presso la fonte e, visto il ragazzo privo di vita, lo prende per mano e lo invita a svegliarsi, chiamandolo per nome e invitandolo ad alzarsi nel nome  del Dio dei viventi Filippo non ha ancora finito la sua esortazione che già Giovanni apre gli occhi  e il santo sacerdote può così consegnarlo ai suoi genitori e insieme a loro lodare e ringraziare Dio per quanto ha appena operato. Filippo allora rivolgendosi al demonio, che avvelenava l’acqua della fonte, lo condanna a restare incatenato nella grotta, in cui ha scelto di abitare, fino alla fine dei tempi. Ciò avverrà, dice Filippo, per opera dello Spirito Santo e dell’arcangelo Gabriele e il demonio non costituirà più un pericolo per gli uomini.

 

  

Guarigione di Atanasio

Un giorno Filippo stava seduto a  leggere e a meditare il Vangelo, quando gli si fa incontro un vecchio avaro, chiamato Atanasio, che era stato morso da una vipera. Questi con il corpo ormai pieno del veleno mortale, si avvicina a Filippo, lamentandosi per il dolore e implorando di essere guarito. Allora il Santo, dopo avergli fatto promettere che una volta guarito si terrà lontano dal compiere le malvagità che hanno caratterizzato la sua vita precedente, sputa a terra e, dopo aver fatto del fango con la saliva, glielo spalma sulla ferita rendendogli la salute.

 

 

 

Guarigione di una donna

Una donna giaceva a letto ormai vicina  alla morte a causa di un feto morto già da quattro giorni.  Quand’ecco passa vicino alla sua casa  Filippo che chiede ai suoi familiari quale dolore travaglia la donna.  Così, conosciuta la causa del suo male, prende dell’acqua con le mani e la versa in un tazza. Poi esorta i parenti di far bere l’acqua alla donna nel nome del Signore. Quando la donna beve l’acqua il parto è immediato ed ella è guarita all’istante.

 

Guarigione di una emorroissa

Nella regione c’era una donna che soffriva un flusso ininterrotto di sangue da nove anni e, pur avendo consultato molti medici e spese molte ricchezze, non era riuscita a trovare un rimedio e a stare meglio. Questa, avendo sentito parlare del santo e delle grandi cose da lui compiuti, si reca da Filippo e, poiché egli stava celebrando la Messa, si mette in disparte ma abbastanza vicino al luogo dove egli celebra i sacri misteri. Così quando Filippo si lava le mani, la donna prega il suddiacono perché  le dia l’acqua con cui il Santo si è appena lavato e gli porge un panno di lino con cui egli possa asciugarsi. Così quando Filippo si lava le mani il suddiacono dà l’acqua alla donna e questa, ricevutala con fede e bevutane una parte, è subito risanata per volere di Dio.  Poi porta a casa il panno con il quale il Santo si è asciugato le mani e, trovando una donna che giaceva  ammalata da tre anni, glielo mise addosso  pregando Dio affinché  per l’intercessione del suo santo sacerdote la risani. Nel momento in cui la donna è toccata dal lino torna ad essere sana e, alzatasi, dà lode a Dio che per mezzo dei suoi servi opera tali guarigioni

 

[1] Evidente in questo miracolo la dipendenza e la stretta relazione che gli autori delle due agiografie intendono avere col Vangelo di Cristo (cfr. Mt 9,20-22 e paralleli) del quale Filippo è presentato come imitatore.

Guarigione di Leonzio

Un giorno mentre Filippo stava celebrando la festa dell’apostolo Pietro giunge da lui un uomo di nome Leonzio la cui gamba presentava una ferita in putrefazione. Questi giunto al cospetto del Santo grida a gran voce perché conceda anche a lui una grazia. Allora Filippo, mosso a compassione, ordina al suddiacono di prendere l’acqua con la quale si è appena lavato le mani, di uscire fuori dalla chiesa, di impastare della terra e con questo unguento di medicare la ferita di Leonzio. Il suddiacono compie ciò che Filippo gli ha ordinato ed ecco Leonzio ritorna sano per grazia di Dio e per intercessione del santo sacerdote Filippo.

 

 

 

Il pellegrino accecato da un demonio

Vicino al tempio del santo si trovava un’arca  dentro alla quale, con il  permesso di Dio,  abitava un demonio che verso mezzogiorno privava della vista quanti passavano vicino. Così un giorno un pellegrino, già colpito da una grande infermità, giunge verso mezzogiorno nei pressi dell’arca e, ignaro del pericolo che stava correndo, vi si siede vicino. In quello stesso istante il demonio lo priva della vista e al pover’ uomo non resta che appellarsi allo spirito di compassione dei viandanti e farsi condurre da Filippo. Giunto al suo cospetto lo implora di guarirlo della duplice infermità, visto che, essendo giunto fino al  tempio del santo a causa del male che lo affliggeva, adesso è stato privato anche della vista. Allora Filippo, pieno di sdegno, condanna il demonio a rimanere cieco fino alla fine dei tempi, restando nell’arca vicino al tempio ma inoffensivo per uomini e animali. Il pelleggrino, così ottiene la guarigione sia della malattia a causa della quale era venuto da Filippo sia della cecità provocatagli dallo spirito immondo e se ne va lodando Dio ed il suo servo Filippo.

 

  

I dodici uomini di Agrigento


L’intercessione di Filippo non si ferma solo ai casi  di malattia fisica, perché  chiunque  sia in difficoltà per qualsiasi motivo e per intervento del maligno ottiene da lui aiuto e sostegno. Dodici uomini, infatti, della regione di Agrigento erano caduti in un intrigo ed erano stati accusati dal  loro arconte presso il governatore di aver cospirato contro lo stesso governatore. L’accusa terribile aveva fatto sì che essi venissero condannati alla pena capitale e condotti in catene a Catania per essere giustiziati. Lungo il cammino avevano pregato i soldati, ricompensandoli con del denaro, di condurli ad Agira per incontrare Filippo nella speranza ottenere, grazie all’intervento di questo, un trattamento clemente da parte del governatore. I soldati, mossi a pietà, acconsentirono che si sostasse ad Agira per incontrare il Santo. Quando i prigionieri giungono davanti al tempio di Filippo levano grandi grida per implorare il suo intervento in modo da smascherare l’arconte che ha scritto su una lettera, debitamente sigillata, un’ingiusta e falsa accusa a causa della quale vengono condotti dal governatore per essere giustiziati anche se innocenti. Mentre parlano ed implorano l’intervento di Filippo, mostrano la lettera sigillata. Filippo, allora, prega Iddio  perché, grazie alla potenza divina e alla sua intercessione, nella pergamena sia scritto che i dodici uomini sono stati accusati ingiustamente dall’arconte permettendo così che il governatore sia benevolo nei loro confronti e li rimandi a casa senza averli puniti in alcun modo.  Rincuorati dalla preghiera di Filippo, gli uomini partono alla volta di Catania scortati dai soldati. Giunti al cospetto del governatore, questi, aperta e letta la lettera, ordina ai soldati di liberare gli uomini dalle catene perché non hanno commesso alcun reato e non hanno tramato nulla contro di lui. Decreta,  inoltre, che, poiché i dodici agrigentini sono stati accusati ingiustamente, sia dato loro del cibo ed il permesso di tornare a casa liberi. Così gli uomini tornano a casa glorificando Dio che per mezzo del suo sacerdote Filippo li ha liberati dall’intrigo. Quando essi giungono ad Agrigento, l’arconte è preso dall’ira e un demonio si impadronisce di lui tormentandolo. Allora i dodici gli consigliano di recarsi da Filippo perché interceda per lui e lo liberi dallo spirito maligno. Così l’arconte si reca di corsa da Filippo e lo supplica di liberarlo dal demonio che lo tormenta. Filippo, dopo avergli fatto notare che non merita la guarigione a causa della sua stolta condotta, a seguito delle insistenze del sofferente ordina allo spirito di uscire da lui nel nome di Cristo morto e risorto. Così anche quest’uomo viene risanato e torna a casa glorificando Dio.

Guarigione di una badessa

Una monaca, che era badessa del  monastero dei santi Sergio e Bacco, era terribilmente oppressa da uno spirito immondo. Perciò giunge da Filippo mentre sta pregando, e ne afferra un lembo del mantello mordendolo. In quello stesso momento ottiene la guarigione e ritorna al suo monastero lodando Dio.

Tre uomini dalla Lidia

Tre uomini provenienti dalla Lidia erano giunti in Sicilia con una somma di denaro per comprare del grano. Satana, però, suggerisce ad uno di loro di sottrarre la somma che avevano in comune e di occultarla. Gli altri due sconcertati e pieni d’affanno per aver perso il denaro, avendo sentito parlare dei miracoli compiuti da Filippo, si recano  da lui e lo implorano di aiutarli a ritrovare il denaro perduto. Allora Filippo dice loro di stendere la mani sul fango dove egli si trova e di prenderne una manata. Dopo che i tre uomini fanno ciò che il Santo ha loro richiesto li invita a stendere per la seconda volta le mani. Così quando due di essi stendono le mani, appaiono pulite come se fossero state lavate. Colui, invece, che aveva commesso il furto non riesce  a liberare la mano perché  il fango si era seccato e gli tratteneva le dita. Quindi Filippo lo esorta a restituire il denaro ai compagni ed ottenere così la guarigione della mano.

Preghiera di Filippo e fuga dei demoni

Un giorno Filippo ed il suo amico e compagno Eusebio vanno a pregare nella chiesa dedicata all’apostolo Pietro. Durante la preghiera notturna verso mezzanotte, sentono la voce di uno spirito immondo che invita gli altri compagni  a fuggire via perché  Filippo è salito sul monte ed il fuoco li sta distruggendo. Allora Eusebio chiede a Filippo ragione del grido che ha udito ed il Santo gli risponde che quelli sono spiriti immondi immigrati da un’altra regione e lo esorta a continuare  a pregare perché  Dio per mezzo di loro peccatori li ammonisca e li cacci lontano da Agira. Improvvisamente mentre erano in preghiera esce dal tempio un fuoco che stana e scaccia i demoni. Da quel giorno, grazie all’intervento di Filippo, nessun uomo, o fanciullo o bestia riceve più alcun danno a causa degli spiriti immondi che facevano prima rotolare dal monte in via Catapedonte grossi massi ogni giorno verso mezzogiorno causando dei morti e feriti tra la popolazione indifesa.

Lode di Eusebio

Al vedere sì grande prodigio Eusebio non può fare a meno di tessere le lodi  di  Filippo e di S. Pietro da cui Filippo è stato consacrato presbitero e di cui è un vero imitatore. Eusebio è ammirato da Filippo che, ad imitazione di S. Pietro che pasce e guida il popolo di Dio affidatogli da Cristo, difende il suo gregge di Agira dalle bestie selvagge quali sono gli spiriti immondi. Per questo tutto il  popolo di Dio dovrebbe fabbricargli un’arca d’oro, un tempio lastricato d’argento e soprattutto rivolgergli continue suppliche non avendo mezzi adeguati per ringraziarlo delle grazie ottenute da Dio per sua intercessione. Filippo allora lo invita a rendere lode a Dio che grazie a lui, peccatore, opera grandi cose per il suo popolo.

Nascita di Filippo da Palermo

Un uomo di Palermo, che aveva molte ricchezze ma era senza figli, avendo sentito parlare di Filippo e dei miracoli da lui operati, decide di recarsi ad Agira per chiedere la sua intercessione. Giunto nella città e visto Filippo intento a pregare si rivolge ai servi che lo accompagnano indicando Filippo come colui che gli è apparso in sogno e lo ha invitato a recarsi da lui. Egli infatti è certo che Filippo, come nel sogno, si alzerà e verrà loro incontro per invitarli a pregare nel tempio dopo essersi informato sul loro luogo di origine e sul motivo della visita. Nello stesso istante Filippo, preveggendo tutto per divina ispirazione, si alza dal luogo dove sta pregando e rivolto al monaco Eusebio lo esorta a chiamare quegli uomini arrivati da lontano per fargli visita. Eusebio esegue subito ciò che gli è stato ordinato e invita l’uomo e i suoi servi a recarsi da colui che desiderano ardentemente incontrare. L’uomo allora ringrazia Dio per aver trovato colui che cercava e si dice certo di poter ottenere ciò che spera. Arrivato al cospetto del santo sacerdote si getta ai suoi piedi dicendo che è certo che lui conosce per divina rivelazione il motivo della sua visita. Filippo allora lo invita a tornare nella sua Palermo rassicurandolo sul fatto che ha già ottenuto ciò per cui era venuto a chiedere la sua intercessione. L’uomo, tornato a casa, trova la moglie piena di gioia perché  in sogno ha visto il venerabile presbitero Filippo che l’avvisava dell’arrivo del marito e del fatto che lei avrebbe concepito un figlio a cui dovrà essere imposto il nome Filippo. Così l’uomo dopo aver lodato Dio per quanto stava operando a loro favore per intercessione di Filippo, narra alla moglie tutto quello che è accaduto ad Agira. Quindi si unisce alla moglie e questa concepisce e dà alla luce un figlio maschio al quale viene dato il nome Filippo.

Filippo vien portato ad Agira

Quando il fanciullo compie l’ottavo anno di età  il padre lo conduce ad Agira da Filippo. Il santo presbitero appena lo vide prese con gioia le sue mani, lo condusse nel tempio e lo benedisse esortandolo a tornare nella propria città dove costruirà un tempio al Signore. Tornati a Palermo quando il ragazzo raggiunge l’età idonea il padre lo fa ordinare diacono.

 

 

 

 

Opera di Filippo diacono a Palermo

Il santo presbitero Filippo nel congedare il giovane Filippo gli aveva ordinato di non accumulare ricchezze ma di amministrare i propri beni a favore dei poveri. Così Filippo, ordinato diacono, mette in pratica questo comando assieme al padre offrendo con gioia tutti i propri beni ai poveri. Il fanciullo aveva ricevuto da Filippo una delle sue tuniche, un asciugatoio e la fascia con cui si cingeva i fianchi. Partito da Agira con questi doni, durante il viaggio incontra un uomo paralizzato a causa del morso di un serpente. Filippo diacono cinge l’uomo con la fascia e gli ordina di alzarsi e camminare. Allora, l’uomo si alza perfettamente guarito mentre la notizia dell’accaduto si sparge nella città. Così molti uomini e donne si recano da Filippo il diacono per ottenere guarigioni per mezzo degli oggetti donati dal santo presbitero al ragazzo. Così anche a Palermo il popolo rende grazie a Dio per i doni concessi grazie all’intercessione di Filippo mentre i miracoli si moltiplicano[1].

[1] Degli episodi che hanno come protagonista Filippo da Palermo non si trova traccia nella vita pseudo-atanasiana. La tradizione popolare vuole che Filippo diacono, detto anche il palermitano, resta ad Agira sotto la tutela di S. Filippo ‘u ranni.

Morte di Filippo

Dopo la sua vita gradita a Dio e dopo tutti i prodigi operati, quaranta giorni prima della sua morte, Filippo appare in sogno ad un notabile della regione chiamato Belisario. Questi, dopo la visione notturna, giunge ad Agira recando con sé  la sua famiglia. Qui ecco ripetersi il sogno nel quale Filippo gli indica la forma della chiesa che a lui dovrà essere dedicata e che sarà il luogo della sua sepoltura. Così lo stesso Belisario costruisce dapprima due arche, una per il monaco Eusebio, fedele compagno del santo sacerdote e suo agiografo, l’altra per accogliere le venerande spoglie di Filippo, quindi il tempio a lui dedicato. Nello stesso tempo Filippo compone la commemorazione funebre da recitarsi in suo ricordo. Quindi, compiuti i divini misteri, il 12 maggio si sdraia nella sua santa urna e all’età di 63 anni rimette il suo spirito nelle mani di Dio, Creatore e Signore, sicuro che chiunque muore in Lui, vivrà in eterno[1].

 [1] La vita pseudo-atanasiana fa avvenire la morte di S. Filippo, già vecchio, in un luogo che dista tre miglia da Messina, dove il Santo si era recato per operare diversi miracoli. Dopo la sua morte il corpo sarebbe stato traslato ad Agira in una preziosissima cassa. 

 

Miracoli dopo la morte

 


 

Anche dopo la sua dipartita per la patria celeste, Filippo continua a beneficare quanti ne chiedono l’intercessione. Un monaco, infatti, di nome Eulabio, giunto dalla città di Palermo, ottiene la liberazione da uno spirito immondo che lo tormentava terribilmente dopo che Filippo ha tracciato il segno della croce con il volume che reca in mano anche nel sepolcro. In seguito al diffondersi delle fama dei suoi innumerevoli miracoli, giunge presso la sua tomba un numerosa folla di sofferenti che chiedono l’intercessione del santo sacerdote presso Dio ottenendo immediatamente la guarigione. Quanti, infatti, vengono a pregare presso il suo santo sepolcro con fede, timor di Dio e amore, sono liberati dalle tentazioni, dai pericoli, dai demoni, dalle calunnie, da ogni genere di malattia e da tutte le calamità naturali.


 

PREGHIERE O RAZIUNEDDI


 “Prjeri a San Fulippu d'Agira”.   

Durante i viaggi a tripuzzedda che si fanno nel mese di aprile, all’imbrunire, si recitavano alcune delle seguenti preghiere o raziuneddi:

 San Fulippu, San Fulippu, cuopru santu binidittu, la me casa eni muntuata, nun ci po lu malidittu, pi la strata e pi la via, c’eni lu mantu di Maria.

 …,…, siti chinu di santità, siti chinu di carità, aiutatimi e prutiggitimi na tutti i necessità.

 …,…, siti Santu priziusu, siti Santu miraculusu, sta iurnata nun havi a passari ca m’haviti a cunsulari.

 …,…, iu mu curcu ni stu liettu cu Gesù supra lu piettu, iu duormu, iddu vigghia, se c’eni cosa m’arrisbigghia.

 …,…, iu mi curcu pi durmiri, e, cusà, puozzu muriri, se nun c’eni lu cunfussuri, pirdunatimi Signuri. 

 “S.Fulippuzzu, liberatici da fami, pesti, uerra e tirrimuoti. Libera nos Domini”.

Questa preghiera veniva recitata e può essere recitata in occasione di temporali, calamità naturali e difficoltà improvvise per invocare la protezione di S. Filippo.

“Aiutatici S. Fulippu, aiutatici a tutti l’uri, S. Fulippu è nuostru prutitturi”.

“S. Fulippu vitturiusi e gluriusu, siti santu miraculusu, na scurari sta iurnata ma ama essiri cunsulati”.

Piccole preghiere o meglio “raziuneddi” da recitarsi in modo continuo per ottenere protezione e aiuto.

“Oggi giuliva, S. Fulippuzzu evviva!”
“Oh, vi salvi S. Fulippu. siti tuttu santità, siti tuttu purità, aiutatici S. Fulippu ni ‘sta nostra nessità”.
Le due preghiere venivano nel passato recitate ogni sera, dopo aver messo dietro i vetri di una finestra o di un balcone della casa una candela accesa nel momento in cui le campane delle chiese battevano i rintocchi della prima ora della notte. Allora una persona della famiglia, seguita dalle altre, diceva ad alta voce la prima invocazione a cui si faceva seguire per ben sette volte la seconda preghiera, detta anche “padre nostro di S. Filippo”. 

 “S. Fulippu d’Argirò, iu duormu e vui no, iu duormu e vui vighiati, dumani a... ura m’arrisbigghiati”. 
Veniva recitata dal contadino di Agira quando per motivi vari (lavori insoliti nei campi, impegni nei campi, impegni particolari) era necessario alzarsi ad un’ora insolita. (Nel momento in cui si ci metteva a letto bisognava recitare questa preghiera dopo il Padre Nostro, indicando l’ora precisa. 

ROSARIO DI S. FILIPPO 

 “S. Fulippu, S. Fulippu cuorpu santu e binidittu. Iu vi viegnu a priari nun ci haviti abbannunari. Cu vuci giuliva, S. Fulippuzzu evviva. (Da recitarsi al posto dei misteri).
“Ludamu a S. Fulippu, ludamu a tutti l’uri, S. Fulippu prutitturi. (Da recitarsi per 50 volte al posto dell’Ave Maria). 

VARIANTE DEL ROSSARIO

“S. Fulippu, S. Fulippu, cuorpu santu e binidittu. La me casa è muntuiata, nun ci po' lu malidittu. Pi la casa e pi la via c’è la Vergini Maria. (mistero)
S. Fulippu andiamo, andiamu. S. Fulippu a vui circamu, pi buatri piccaturi misericordia do Signuri (grani del rosario).
Questa particolare preghiera era recitata in occasione dei “viaggi” a S. Filippo e nell grotta di S. Filippo prima della celebrazione eucaristica nei dodici mercoledì in preparazione alla festa di maggio. 

PREGHIERE AL TAUMATURGO S. FILIPPO D’AGIRA

I Si chiede la pace

Glorioso Confessore S. Filippo, dal S. Pontefice Principe degli Apostoli in quest’isola mandato per discacciarne i demoni che la infettavano; poiché con le vostre efficacissime orazioni non solo toglieste loro le adorazioni e bandiste gli oracoli, ma ridestaste le virtù cristiane, portaste la pace nei cuori, cui lacerava per le private discordie la guerra; degnatevi ottenerci dalla Divina Maestà di poter valorosamente fugare le suggestioni infernali e vivere coi nostri prossimi in pace, sicché dichiarati figli di Dio possiamo eternamente godere la gloria di Lui nel cielo. Pater, Ave e Gloria.

Se di Filippo al glorioso nome
trema di Belzebù l’eterna reggia
e lieto il ciel festeggia
le inferne forze in rimirar già dome:
oggi voce giuliva
ai trionfi del Santo intuoni il viva. 

 

II Si chiede la contrizione

Mirabile protettore e pietoso ristoratore di questa abbattuta terra, tra gli altri prodigi in pro degli abitanti operati, fu pur mirabile l’aver richiamato da morte a vita un fanciullo disgraziatamente sommerso in una fonte; deh! Impetraci dal Signore che non ci sommerga la tempesta delle acque del peccato, e che le nostre anime, lavate dalle acque della grazia ritornino pure  e monde in un amore fonte di lagrime, e così rendansi degne degli occhi di Dio e quindi della beatitudine eterna. Pater, Ave e Gloria.   

Se di Filippo alla paterna voce
riede alla vita il fanciullo sommerso
e in gioia vien converso
dei genitori ogni cordoglio atroce,
oggi, voce giuliva
alle grazie del Santo intuoni il viva. 

  

III Si chiede il distacco   

Forte campione della cattolica fede, che predicando in quest’isola le misericordie del Signore, salvaste un usuraio dal mortale pericolo di un velenoso morso di vipera, e piegandogli con dolcissime ammonizioni il cuore, ne riformaste gli odiosi costumi, deh! Le vostre preghiere saldino le molti e gravi ferite prodotte nelle anime nostre dal disordinato amore alle ricchezze dal Divin Salvatore paragonate alle velenose spine ed atteneteci un generoso distacco da tutto affinché con vero slancio ci affatichiamo per l’acquisto del cielo. Pater, Ave e Gloria.

Se al tatto di Filippo il rio veleno
del rettile perdeva ogni vigore,
e al ferito il cuore
tramutava la grazia in un baleno;
oggi voce giuliva
ai prodigi del Santo intuoni il viva. 

IV Si chiede l’intelletto   

Formidabile flagello degli spiriti infernali, voi che ridonaste tra lo stupore e la gioia universale il dono della vista ad un uomo reso cieco dal nemico d’ogni bene, impetraci da Dio il celeste lume affinché sia tolto da noi il fascino dei sensi che ne accieca, e superare possiamo gli assalti del serpe infernale che gira intorno insidiandosi per condurci seco al regno delle tenebre eterne. Pater, Ave e Gloria.

Se di Filippo il cenno sol dà luce
all’egro che viveva in cieca tomba,
e già confuso piomba
degli spiriti infernali il tristo duce.
Oggi voce giuliva
a sì grate memorie intuoni il viva.
 

V Si chiede la protezione

Pietoso difensore dell’innocenza calunniata, che con speciale portento distruggeste le false attestazioni, colle quali s’incolpavano ai più nobili cittadini di Girgenti capitali delitti: degnatevi esercitare anche verso di noi la vostra tutela, sicché i nostri amici vedendo per la forza della vostra protezione mutati in benefici i loro tradimenti, possano pure essi mutare l’odio in amore per godere uniti con noi la pace in questa vita e meritar la gloria eternamente nell’altra. Pater, Ave e Gloria. 

Se rotta la calunnia il ver si scopre,
l’innocenza trionfa, il giusto gode,
di Filippo è la lode,
di Filippo è la gloria a sì grand’opre:
oggi voce giuliva
con applauso devoto intuoni il viva. 

VI Si chiede il patrocinio del Santo   

Vigilantissimo custode e fervoroso amante di questa nostra patria liberata per la vostra intercessione più volte dai flagelli dei tremuoti: poiché a perpetua memoria del vostro singolare patrocinio non permetteste il trasporto delle vostre preziose reliquie che mano temeraria volea involare; conservateci insieme con esse la vostra protezione e infervorateci nel vostro ossequio, perché possiamo corrispondere grati all’accesso di tanti benefici. Pater, Ave e Gloria.

Da invisibile chiodo ecco confitto
l’empio ladron, che procura invano,
con sacrilega mano
le reliquie fugar del santo invitto,
oggi voce giuliva
colma di grato ossequio intuoni il viva.
 

VII Si chiede l’imitazione del Santo

Amatissimo padre di quella devotissima città, la quale riputasi fortunata di essere stata per tempo illuminata dalla vostra predicazione, e, costante nella divozione verso di voi, segue fedelmente i vostri preziosi insegnamenti; se ad un cavaliere palermitano otteneste miracolosamente un figlio, che fu col vostro nome decorato, con le vostre dottrine istruito e che ora gode con voi la gloria dei beati, otteneteci dalla divina Bontà la forza di imitare  le vostre virtù in vita, affinché possiamo un giorno esser partecipi della vostra gloria in Paradiso. Pater, Ave e Gloria.

Di Filippo alle preci Iddio concede
a steril seno un grazioso pegno
che del celeste regno
con opre di virtù si rese erede.
Oggi voce giuliva
offre ad entrambi un replicato viva. 

OFFERTA

Clementissimo Iddio nei vostri arcani incomprensibile, nei vostri attributi ineffabile, ammirabile nei vostri santi: poiché del numero di questi per la vostra infinita benignità, vi siete degnato annoverare il vostra servo Filippo, a cui apparecchiò la Siria la cuna, la Sicilia la tomba, per cui piansero il naufragio de’ due loro amatissimi figliuoli i fortunati Teodosio ed Augia, e per cui più non paventa l’assalto degli spiriti infernali questa città alla quale l’assegnaste in Patrono, compiacetevi accetar queste lodi a suo onore dedicate in lieta commemorazione dei sette principali miracoli da lui operati, e concedeteci altrettante grazie da noi domandate per intercessione del vostro glorioso servo Filippo, mentre lodiamo la vostra divina Maestà che gode essere ne’ suoi santi lodata.

C/. Ora pro nobis S. Pater Philippe.

R/. Ut digni efficiamur etc.

OREMUS

Deus, qui B. Philippum Confessorem tuum miraculorum gloria decorasti, concede propitius, ut quotquot eius imploramus auxilium, tuam nobis misericordiam nostris necessitatibus gaudeamus adfuisse. Per Dominun. 

  

CORONCINA

1.           Glorioso nostro Protettore S. Filippo, mandato in Agira da S. Pietro per annunziare il Vangelo e cacciare i demoni che vi dominavano, poiché il tuo esempio evangelico, la tua parola efficace hanno portato alla formazione della chiesa in Agira, intercedi per noi perché la fede sia sempre conservata, approfondita e vissuta. Gloria al Padre...

2.           Glorioso Protettore S. Filippo, un giorno chiamasti da morte a vita un fanciullo annegato in una fonte; ti preghiamo di intercedere per noi tanta grazia da Dio per non restare sommersi dal peccato. Gloria al Padre...

3.           Glorioso Protettore S. Filippo che, predicando nella nostra isola di Sicilia e particolarmente in Agira la misericordia del Signore, salvasti da morte sicura un usuraio morso da una vipera, aiutandolo a convertirsi per tutta la vita, aiutaci a d essere distaccati dalle cose e a guardare a te come esempio di vita cristiana. Gloria al Padre...

4.           Glorioso Protettore S. Filippo, che hai fatto riconoscere l’innocenza dei cittadini di Agrigento, falsamente accusati, sii il nostro avvocato presso la misericordia di Dio, soprattutto nei momenti di maggiore bisogno dell’aiuto divino. Gloria al Padre...

5.           O S. Filippo, nostro Protettore, secondo la tradizione, tu che non hai permesso che le tue reliquie fossero portate via da Agira, fa sentire sempre più il tuo patrocinio sopra questa città, perché, insieme alla fede, conservi il desiderio di seguire il tuo esempio santo nella via segnata da nostro Signore Gesù Cristo. Gloria al Padre...

6.            O S. Filippo, nostro Protettore, tu che hai favorito la crescita della vocazione sacerdotale nel giovane Filippo venuto alla tua scuola da Palermo, intercedi per la nostra Chiesa agirina e per la nostra diocesi di Nicosia molte e sante vocazioni, sacerdotali, religiose, consacrate e coniugali. Gloria al Padre...

Offerta

      Dio onnipotente e misericordioso, ti rendiamo grazie per aver donato alla nostra Città S. Filippo come Protettore, della cui predicazione ancora oggi essa si onora nella fede; accogli l’intercessione che S. Filippo rivolge a te per noi, affinché si rinnovi la nostra fede, si rafforzi la nostra speranza, si manifesti la nostra carità e il Vangelo torni ad essere ogni giorno il libro della vita cristiana. Tutto ti domandiamo per mezzo del Signore Nostro Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

  

INNO

Su, cantiamo, al nostro Santo, protettore e d avvocato
nostra gloria e nostro vanto: tu ci scampi dal peccato,
dalla fame, peste e guerra, d’ogni male e infermità,
dai perigli della terra, tu ci scansi per pietà. 

Filippo trionfi nei giovani cuor
amore c’infondi di sacro fervor (2x). 

Nella Siria tu nascesti, implorato dai parenti
fosti allora predestinato a far fede tra i viventi:
la tua Agira benedici, le campagne, gli abitanti,
fa chi i cuori sian felici e d accogli i nostri canti. 

  

PREGHIERA

O S. Filippo d’Agira, gemma dei sacerdoti, tu che fosti decorato da Dio con la gloria dei miracoli, tu salute degli energumeni, molto potente contro i demoni, grande terrore dell’inferno, tu, che discendendo nel sepolcro da te preparato ancor vivente, dicesti: È quivi il mio riposo per tutti i secoli, dal Cielo dove adesso abiti, guardaci benigno, tu ci difendi, ci proteggi da tutti i nostri nemici spirituali e temporali, affinché contro tanti nemici ci sia dato combattere e vincere sempre sino alla morte. Amen.

 

 

 

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