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Proverbi agirini

Proverbi - Dissa u proverbiu anticu ca nun sbagghia...

  

Dissa u proverbiu anticu
ca nun sbagghia...

Proverbi e modi di dire, filastrocche e raziuneddi,
ricordi e quant'altro sa d'antico.
E soprattutto parole, parole che non vogliono essere dimenticate.
Raccolte e trascritte nella parlata agirina da
Salvatore Rocca


Ai miei genitori,
buoni, miti, sorridenti,
che andandosene via insieme,
un autunno insolitamente piovoso e grigio,
mi hanno lasciato nel cuore
una tristezza che non riesco a vincere.


 
Presentazione

I proverbi, si sa, sono la saggezza dei popoli. Fanno parte di quel patrimonio costituito dalla lingua, dalla mentalità, dai riti, dalle usanze, dalle abitudini, ma anche dalle chiese, dai monumenti, dalle piazze, dall'assetto viario, dalla toponomastica, e ancora, dalle tecniche di lavoro, dalle feste, dalla capacità di organizzarsi nel tempo libero, in sintesi da quella che con una sola parola possiamo definire cultura e che gli uomini tramandano ai propri discendenti.
Per secoli i proverbi sono stati probabilmente l'unica scuola per decine di generazioni di nostri antenati: attraverso di essi si tramandavano, appunto, usanze, abitudini, visione del mondo, si veicolavano regole di morale e di comportamento quotidiano, si delineavano, spesso con sottile umorismo, tipologie e caratteri umani, si sancivano norme di vita sociale che finivano per diventare costume; i proverbi praticamente contenevano i consigli più disparati su qualsiasi argomento e per qualsiasi circostanza della vita.
Non solo. I proverbi e le espressioni idiomatiche ci consentono anche di comprendere molti aspetti del carattere e fors'anche della storia stessa, quella minima, non scritta, dei nostri avi: la storia di un popolo mite, costretto spesso alla sottomissione, ma sereno e rassegnato.
Per centinaia d'anni, infatti, i nostri vecchi hanno dovuto curvare la schiena sotto i colpi di un destino non sempre benevolo e sottostare alle angherie di dominatori predoni e rapaci; per centinaia d'anni, incartapecoriti dal sole cocente e prematuramente invecchiati sotto il peso di un lavoro avaro e durissimo, hanno coltivato latifondi interminabili per rendere opulenta la mensa di sempre nuovi padroni.
Eppure è molto difficile trovare nei loro proverbi esplicite parole di ribellione, sentimenti di odio, incitamenti alla vendetta. E tanta rassegnazione, a mio giudizio, non può essere giustificata soltanto dalla miseria, dall'ignoranza dei tempi o dalla paura, ma doveva avere necessariamente radici ben più profonde nell'indole, geneticamente mite azzarderei, degli Agirini.
Attraverso i proverbi e i modi di dire, riusciamo a scoprire il volto più autentico dei nostri antenati e a comprendere, forse, le ragioni di molti nostri modi di essere e della nostra stessa identità di popolo, con peculiarità comportamentali che ben ci connotano e spessissimo ci differenziano dagli abitanti dei paesi vicini. 
Io penso che questo patrimonio vada salvato.
Per questo, anche con l'aiuto preziosissimo di molti amici, che qui colgo l'occasione per ringraziare, anche se lo farò più diffusamente nelle pagine conclusive di questo libro, ho intrapreso il non facile lavoro di raccogliere, catalogare e trascrivere nella nostra parlata agirina sia i proverbi appunto, che i modi di dire, le locuzioni idiomatiche, le filastrocche infantili, e i raziuneddi, che miracolosamente sono riuscito a raccogliere, scavando tra i ricordi dell'incerta memoria di tanti anziani.
Non è un lavoro dotto il mio. E chiedo scusa sin d'ora a coloro, tantissimi presumo, studiosi e cultori di lingua e memorie patrie, che arricceranno il naso per qualche personale, forse arbitraria, interpretazione lessicale, e ancor più per gli innumerevoli svarioni ortografici. Ma chi non vorrà bonariamente perdonare a uno che, privo di studi sistematici sulla lingua siciliana, ha voluto tuttavia, caparbiamente, fare lo stesso opera di raccolta e di catalogazione, alla buona, di un così vasto patrimonio?
Questa raccolta ha, infatti, soprattutto l'intento di aiutare qualcuno a ripercorrere le silenziose vie della memoria, alla ricerca di quel nostalgico sapore di tempo perduto, che l'assordante trambusto della nostra civiltà non ci aiuta a ritrovare.
Per mezzo di essa ho voluto rendere omaggio ad Agira, paese del cuore, un paese come probabilmente non è mai stato, se non nelle amorevoli bugie dei miei ricordi, nell'accorata dolcezza delle mie nostalgie, nell'impotenza dolente dei miei rimpianti.
Con una dedica ai giovani, che di questo popolo mite, e una volta alieno dalla violenza, sono gli eredi.  Semmai avranno ancora la voglia e l'interesse di soffermarsi a sfogliare le pagine di un libro.


Agira, Natale 1996
Salvatore Rocca


Cap. I
Cu primu nun pensa all'urtimu suspira
ovvero
Della prudenza e della saggezza.

Ho raccolto in questo primo capitolo quei proverbi che contengono le regole fondamentali della vita quotidiana. Una sorta di codice di comportamento molto elementare, che può sinteticamente riassumersi nella necessità di  lasciarsi guidare nelle varie circostanze della vita dal buon senso e dalla prudenza; un codice etico che ci consente, per quanto possibile, di intrattenere buoni rapporti con tutti. Con un invito ricorrente a non giocare d'azzardo con la fortuna, a non mettersi in urto coi potenti e i prepotenti, a rifuggire dai rischi, ad aver cura di se stessi e della propria famiglia, e a pensare sempre, prima di agire, al male che può venire dalle cose. Pensa o mali se vuoi u beni.
Sono regole, come si potrà facilmente notare scorrendo molti di questi proverbi, ispirate, oltre che ad un atteggiamento il più delle volte esasperatamente prudenziale, anche ad una morale un pò labile, casereccia, che con un occhio guarda agli insegnamenti della chiesa, e con l'altro non disdegna il più comodo utilitarismo e le giustificazioni autoassolutorie; regole che da una parte invitano a sopportare cristianamente le avversità della vita, perchè u Signuri a chi affriggia nun abbannuna, e a comportarsi verso il prossimo secondo gli insegnamenti del Vangelo, (chiddu ca ppi tia nun vuoi ad autru nun fari), e dall'altra affermano, con altrettanta forza e convinzione, che o stuortu o rittu addifenna u to oppure che cu avi pietà de carni i l'autri i so si manginu i cani. Insegnamenti, come si vede, in aperta antitesi tra loro e certamente ben lontani dal vero Cristianesimo.
Ma come poteva essere diversamente? Non poteva probabilmente assumere atteggiamenti più decisi, nè permettersi molti dialoghi con la propria coscienza, chi la vita doveva contenderla ad un destino non certo benevolo, o chi per lunghi secoli è stato costretto a barcamenarsi e a fare i conti con angherie d'ogni genere, sia da parte di uno Stato lontanissimo, ma sempre più esoso e predone, che di una classe di padroni ottusi, ignoranti e prepotenti, sordamente arroccati nei propri privilegi.
Al povero, come sempre, non rimanevano molte scelte. Praticamente una sola: sottomettersi senza fiatare e imparare a proprie spese che così va il mondo. Munnu a statu e munnu è. Imparare che bisogna fare buon viso alla mala sorte, attaccari u sceccu unni vola u patruni e rassegnarsi persino a vasari i manu a cu si mierita tagghiati.
Che vantaggi, infatti, si potevano mai ottenere dal mettersi in urto coi prepotenti e i malandrini? Come si dice? U fuiri è vriogna, ma è sarbamientu i vita!
Non sarà certamente un atteggiamento eroico, ma quelli erano i tempi.
E poi, forse che i tempi non si assomigliano un pò tutti? Chi potrà mai affermare che siano più gloriosi i tempi nostri? Anche i nostri, infatti, sono tempi di furbi e di ingenui, di deboli e di prepotenti, di spierti ca campinu supra e babbi.
Da alcuni di questi proverbi emerge anche il carattere fortemente individualista dell'agirino, un carattere probabilmente comune a molti meridionali. Cu è cumpagnu nun è patruni si sentenzia, infatti, con l'aria grave e solenne della saggezza che proviene da molto lontano, tutte le volte che nelle conversazioni dei perdigiorno si parla di un piccolo screzio che affiora nei rapporti tra due soci. Qualcuno pensa che dobbiamo proprio a questa mentalità la nostra tradizionale diffidenza verso il prossimo, che diventa poi incapacità a organizzarci in gruppi, riunirci in società. Si scanta co culu cciarrobba a cammisa, si diceva. E si dice ancora.
E che dire poi di quell'atteggiamento, prudenziale fino all'immobilismo, di chi, pur avendone la possibilità, non rischia d'intraprendere un'attività economica? Ca a mia cu mi cci porta? U picca m'abbasta e u ssai m'assuperchia... Aiu i sordi manzi e i fazzu addivintari sarbaggi?
Ma tant'è. Anche questa è stata, e forse è ancora, Agira.
In questo capitolo ho inserito, oltre ai proverbi strettamente legati tra loro dal filo conduttore della prudenza e della saggezza, anche tutti quegli altri che a vario titolo hanno carattere didascalico, ma che non potevano essere inseriti in altri capitoli.

Cu primu nun pensa all'urtimu suspira.
Miegghiu diri "cu sà" ca "se sapia...".
Santu Sapìa nun c'è nna litanìa.
Pensa o mali se vuoi u beni.
Cu si uardau si sarbau.
Scàcciti juncu ca passa la china.
Bon tiempu e maluttiempu nun dura tuttu tiempu.
Tutti i cunsigghi pìgghia, ma u to nun u lassari.
Attacca u sceccu unni vola u patruni.
U fùiri è vriogna ma è sarbamientu di vita.
U mieggiu tiempu è chiddu ca vena appriessu.
Miegghiu l'uovu oggi ca addina dumani.
A collira da sira sarbitilla ppà matina.
Ogni 'mpidimientu è giuvamientu.
Cu pàa primu mangia pisci fitusu.
Cu pàa a sira è francu a matina.
Cu nun rìsica nun rùsica.
Quannu unu è nn'abballu a ballari.
Cu lassa a vecchia ppà nova tintu s'attrova.
Avanti u tintu saputu ca u buonu a sapìri.
Cu vola anna e cu nun vola manna.
Chiddu ca ppì ttìa nun vuoi ad autru nun fari.
O stuortu o rittu addifenna u to.
Tinti i manu ca n'aiutinu o patruni.
Cu avi pietà de carni i l'autri, i so si manginu i cani.
Nun prumettiri e santi diuna nè e carusi cudduruna.
Cu è cumpagnu nun è patruni.
Cu avi cumpagni avi patruna.
Cu sputa 'ncielu 'nfacci ci torna.
Miegghiu un diavulu cent'unzi ca un minchiuni cientu rani.
Cu pò fari e nun fa è gran pazzìa.
Cu avi cchiù sali conza a minestra.
Bisuognu metta liggi.
Amaru cu è nno bisuognu.
Vasa i manu a cu si mierita tagghiati.
L'erba tinta nun mora mai.
Miegghiu na festa ca tanti fistuddi.
Avanti na vota arrussicari ca tanti voti aggiarniari.
Cu si curca cchè carusi cciagghiorna cco liettu pisciatu.
Cu duna u pani o cani stranu appizza u pani e u cani macari.
Cu leva u carrinu o nutaru leva u pani e so figghi.
Cu nun è 'nsignatu a purtari i stivali
quannu chiova si carrica 'ncuoddu.
Cu a spranza d'autru sta, a so pignata 'un vugghia ma'.
Cu fa trenta e 'un fa trentunu,
appizza u trenta e u trentunu.
Cu avi lingua arriva a mari.
Mali nun fari e paura n'aviri.
Ariu chiaru nun si scanta di truoni.
Cu nun pò fari comu vola fa comu pò.
Trìulu 'nsigna a ciàngiri.
Cu d'autru si vesta curriennu si spogghia.
A rroba e l'autri è duci ma nun lucia.
Nun sempri abballa la donna 'nteatru,
nè sempri arrida a muggheri do latru.
U lupu perda u pilu ma no u viziu.
Tantu va a quartara all'acqua ca si rumpa.
L'uomini nun si pisinu a cantaru,
ma vanu ad unza, a pisu comu l'oru.
L'oru si tena nne carti.
Cu di natura è mancari 'un pò.
'Nzocchi fa a natura a morti u leva.
Cu nascia tunnu nun pò mòriri quatratu.
Cu pratica cco zuoppu all'annu zuppìa.
Da testa feta u pisci.
Cu manìa nun pinìa.
Cu mangia fa muddichi.
Un mali tanti mali porta.
Ppò tintu pata u buonu.
Vestiri e mangiari o patruni a talintiari.
Cu nescia arrinescia.
Càulu e uomu unni nascia nun sta buonu.
A petra ca nun fa lippu sa tira u sciumi.
A casa capa quantu vola u patruni.
Di matina si vida u bongiornu.
A matinata fa a iurnata.
Iurnata rutta rùmpila tutta.
Quantu sapi un pazzu 'ncasa sò,
nun pò sapiri un saviu 'ncasa d'autru.
I guai da pignata i sapi a cucchiara che rrimina.
Fa u mistieri ca sa fari, ca se n'arricchisci ci pò campari.
Cu è lestu nno mangiari è lestu nno travagghiari.
U pani do cuvernu è picca ma è eternu.
A pignata do cumuni 'un vugghia mai.
Travagghiu ppò re, cchiù ppicca nni fai e miegghiu è.
U travagghiu do lagnusu nun si pò paàri.
Cu seda maluppensa.
Cu n'è buonu ppò re, n'è buonu mancu ppà rigina.
Tanti genti a praticari e tanti libri a studiari fa l'uomu scienti.
U mastru è mastru ma u patruni è capummastru.
U miegghiu mastru si nni va 'ncannila.
Quattru uocchi vidinu cchiassai di dui.
Cu allonga accurza e cu accurza allonga.
Nuddu nascia 'nsignatu.
Supra nu ccappieddu ci nn'è n'autru.
Dissa lu puddicinu nni la nassa
unni maggiuri c'è minuri cessa.
Tanti su i cchianati e n'autru tanti su i scinnuti.
I crapi sàtinu ppè mura.
Cu camina nun sfarda quazara.
Quannu u pedi camina u cori sciala.
U pazzu e u cattivu d'unni vola pigghiàri pìgghia.
Nun disiari vientu a mari ca a timpesta pò arrivari.
Cu vincia perda, e cu perda perda do tunnu.
Amaru cu è muortu nnò cori i n'autru.
Addumannari è arti leggia.
Cu vola u piaciri s'accatta a signa.
Metta u pani o denti ca a fami si senta.
A tardanza nun è mancanza.
Cumpagnu a duolu è gran cunsuolu.
Quannu u diavulu t'accarizza vola l'arma.
Risu senza ragiuni o è di pazzu o è di minchiuni.
Cu nun sapi leggiri a so scrittura eni sceccu di natura.
Cu sparta avi a megghia parti.
Acqua e fuocu dacci luocu.
Cu cada e si susa nun si chiama caduta.
Cu arrida di venniri ciancia di sabitu.
Ppò mmonicu nun si perda un cummentu.
Cu suspira nun è cuntentu.
Chiddi ca vidi a prucissioni e a missi
ligna nun sù ppì fari crucifissi.
Unni c'è liettu c'è riziettu.
U liettu e na gran cosa: se nun si dorma s'arriposa.
U immusu a 'mmienzu a via u so immu 'un su vidìa.
Unni nun ci pò un diavulu mètticci na fimmina.
U diavulu fa i pignati ma no i cuppuna.
Ci vola furtuna macari nno friìri l'ova.
O peggiu nun c'è mai fini.
A matri de minchiuna è sempri prena.
Chiddu ca fa l'uomu fa a scimia.
Suonni e canzuni su comu o vientu.
Ogni nasu sta a so facci.
Viesti zuccuni ca para baruni.
I muorti testa cu testa e i vivi fanu festa.
Cu a vola cotta e cu a vola cruda;
e c'è cu a vola di menza cucitura.
Uomu di panza uomu di sustanza.
Cu a nenti si metta nenti s'attrova.
Tiempu e cavalieri si pigghia comu vena.
U surbizu fattu è miegghiu di chiddu a fari.
Ppì ogni rivierzu si ci trova u vierzu.
Cu avi un puorcu ammazzatu su mangia,
cu avi un triulu 'ncasa su ciangia.
Cu para ca dorma e riposa, porta a cruci cchiù ravusa.
Cu luntanu talìa curtu cada.
Arra ccu arra e 'nsiemula cche tuoi.
Cosa fatta capu ha.
Nnò muru vasciu tutti si cciappògginu.
Amaru cu perda ppì gghiri circannu.
Chiddu ca nun sa fattu miercuri e gghiuovi,
nun si po fari venniri e sabitu.
U Signuri nun senta angili cantari e mancu scecchi ragghiàri.
fU Signuri nun paa o sabitu.
U Signuri chiuia na porta e rapa un purticatu.
U Signuri a chi affriggia nun abbannuna.
Cu ha fidi a Diu nun piriscia mai.
Tuttu passa, l'amuri i Diu 'un passa mai.
U Signuri ioca ravusu, ma è sempri un patri misiricurdiusu.
Ppò pirutu c'è u divinu aiutu.
Ogni principiu è forti e ogni desideriu vena a fini.

Cap.II
Avita a farina quannu a cascia è china.
ovvero
Del risparmio, della ricchezza e della povertà.

La necessità di risparmiare ed essere previdenti doveva essere avvertita al tempo dei nostri vecchi sicuramente più che ai nostri giorni. Dovevano essere, infatti, tempi molto difficili quelli in cui non esistevano ancora nè il sistema previdenziale nè lo Stato Sociale; quelli in cui, tanto per fare un esempio, non esistevano ancora nè le pensioni nè l'assistenza sanitaria gratuita.
E non è difficile immaginare che essi dovevano essere ancora più duri per chi non possedeva niente o quasi. Cosa volevi risparmiare per il futuro, se già quello che avevi  non ti bastava nemmeno per il presente?
L'economia ruotava attorno alla terra; ma la proprietà era concentrata nelle mani di pochissime famiglie di signori, gli eredi di quel sistema feudale millenario, che, soprattutto nel meridione d'Italia, stentò a lungo a morire, e che, tra prepotenze mafiose e complicità politiche, con arroganza ottusa e spesso brutale, sopravvisse fino agli anni cinquanta; fino, agli anni, cioè, della riparatoria, ma, ahimè ormai tardiva, Riforma Agraria: una dissennata e disastrosa riforma, che arrivò quando l'esodo dalle campagne era già iniziato e che perciò non ebbe la forza e gli strumenti per frenare lo spopolamento di immensi latifondi e di interi paesi.
L'elemento che discrimava i ceti e i gruppi sociali era essenzialmente la proprietà. I grandi proprietari di terre costituivano, infatti, assieme ai pochissimi professionisti, la classe dominante, ricca di sostanze e di privilegi.
C'era poi una classe intermedia, discretamente numerosa, costituita da piccoli proprietari, impiegati dello Stato, preti e qualche artigiano 'ntisu, i quali godevano, se non proprio di evidente agiatezza, sicuramente, per quei tempi, di una certa serenità economica. Una classe media molto articolata, perchè chi possedeva una lira spesso si sentiva di un ceto più elevato rispetto a chi possedeva solo un soldo.
Tutti gli altri, la stragrande maggiornanza della popolazione, viddani (mitatera, abilluoti, iurnatara, misaluori, annaluori, picurara, ecc.), surfarara, quartarara e piccoli artigiani, costituivano, invece, il ceto subalterno, poverissimo, con tanti doveri e nessun diritto, e soprattutto senza alcuna certezza per l'indomani.
Si comprende facilmente come essere previdenti e parsimoniosi diventava un imperativo categorico, se non si voleva rimanere impreparati di fronte alle inevitabili avversità della vita. Chi mai, infatti, poteva sentirsi davvero al riparo dalla mala annata, dalle carestie, dalle malattie, dalla vecchiaia?
Quando, infatti, capitava la mala annata, erano guai per tutti, non solo per i contadini, che bene o male, da mangiare a casa sempre lo trovavano. Quando capitava la mala annata non lavoravano più nè sarti nè calzolai, nè falegnami nè muratori.
Una malattia, poi, era sempre un grande e grave problema. Dal medico si andava solo quando tutti i tentativi con i clisteri, i decotti, gli impacchi e i razioni, riti propiziatori a metà strada tra la religione e la stregoneria, erano stati tentati senza esito. Perchè andare dal medico costava. Non era infrequente il caso di chi era stato costretto a vendere un mulo, una capra, se non addirittura la casa, per pagare le cure di un familiare malato gravemente. Alcuni medici, non tutti per la verità, prima di spostarsi da casa per una visita, chiedevano ai parenti del malato se avevano i soldi per la visita. Ancora oggi, quando si vuole indurre qualcuno, che magari non ne ha voglia, ad andare da qualche parte, scherzosamente gli si dice: e chi sù pidati di patri e miedicu?, per indicare, appunto, che i passi dei preti e dei medici erano preziosi e costavano veramente tanto. Evidentemente la fama di venalità, di cui largamente e meritatamente godono oggi i medici, affonda le sue radici nella notte dei tempi.
Per non dire della vecchiaia, un vero spettro per molti. Soprattutto per chi non aveva una famiglia o non era riuscito a metter da parte qualcosa.
E allora era indispensabile fare come le formichine industriose e previdenti. Avita a farina quannu a cascia è china. Era necessario prepararsi, come negli insegnamenti biblici, ad affrontare, negli anni delle vacche grasse, se mai ne capitavano, quelli delle vacche magre. 
Una parte del capitolo è dedicata, infine, ai proverbi che parlano di ricchezza e povertà. Proverbi che si commentano da soli.

Avita a farina quannu a cascia è china.
Livati e nun mittiti, u funnu ci viditi.
U primu guadagnu è u risparmiu.
Quannu u funnu ci para, cchiù nun serba sgavitari.
Sarba ca serba.
Cientu nenti fanu un cantaru.
Ogni cacatedda 'e musca è sustanza.
Ogni scurpiddu è n'appuntiddu.
Ogni tinta scagghia serba a muragghia.
Stizzani nun ìnchinu sterni.
Picca e nenti sù parienti.
Na nuci nno 'nsaccu nun pò scrùsciri.
Dui sunu i veri putenti, cu avi assai e cu n'avi nenti.
Sordi fanu sordi e piduocchi fanu piduocchi.
U riccu dicia "bon'è bon'è", u poviru dicia "chistu chi è?".
Signiruzzu, aiutati 'o riccu, ca u poviru c'è 'nsignatu.
'O riccu ricchizzi, 'o poviru povertà.
U saziu nun crida u diunu.
A rroba cu a fà nun a sfà.
A rroba cu a fa nun sa oda.
A rroba arresta nnè parienti.
I sordi fanu veniri a vista all'uorbi.
I dinari anu a codda: d'unni passinu 'mpìccichinu.
Accatta e pèntiti.
O caru accostiti, u pprì nenti fùilu.
Merci spunuta è menza vinnuta.
Cu conza sconza.
Se vuoi o to vicinu mali, disìacci a rroba 'ndinari.
U Signuri duna i viscotta a cu nun avi i dienti.
L'avaru è com'o puorcu, è buonu quann'è muortu.
A rrobado minchiuni sa mangia u sciampagnuni.
Cu sarba, sarba ppè cani e i atti.
Senza sordi nun si canta missa e mancu senza stola si cunfessa.
Se sa passa bona a vicina, sa passa bona a addina.
A rigina avi bisuognu da vicina.
Quannu a vicina sta beni u sciauru ti nni vena.
Cu avi u poviru ppì parenti si divaca e nun fa nenti.
Cu avi un neu e nun su vida eni riccu e nun su crida.
Ricchizzi e santità cridìtinni a mità.
Ppò babbu e ppò lagnusu u Signuri ci pensa setti voti o juornu.
U perdiri è comu o muriri.
Diciennu no, t'arresta amicu e a rroba tò.
Cu picca avi caru tena.
U cani muzzica sempri o strazzatu.
Cu setti voti 'un mangia, di cori nun arrida.
Avanti cco picca odiri ca cco assai trivuliari.
Na cosa c'abbasta a unu abbasta a cientu.
Unni u nudu và u friddu u pò.
Cu appa luci campau, cu appa pani murìu.
U poviru e u malatu è maluscidutu do parintatu.
Cu nun avi 'ncasa sò nun pò mangiari quannu vò.
Cu a spranza d'autru sta, a sò pignata 'un vugghia mà.
Miegghiu niuru pani ca niura fami.
Cu disìa, cu disfizzìa e cu mora disiannu.
U supierchiu rumpa u cupierchiu.
Sìgiri prestamenti e paàri tardamenti;
cusà corchi accidenti, nun paàri nenti.
A liggi è uguali ppì tutti, ma cu avi i sordi si nni futta.
Ccu lasagni e maccarruna anu fallutu principi e baruna.
Cu avi dinari campa filici e cu nu nn'avi perda l'amici.

Cap. III
Basta ca c'è a saluti!
ovvero
Della salute. Medici e medicine.

Poche regole semplici, ma dettate da una saggezza che viene da molto lontano, bastano spesso a mantenere sano il nostro corpo e ad assicurarci longevità.
Prima fra tutte una sana vita all'aria aperta. Unni trasa u suli nun trasa u dutturi oppure se vo campari l'anni di la cucca, sfarda stivali assai e linzola picca. Un monito per noi moderni, che ormai viviamo praticamente inscatolati negli abitacoli delle nostre automobili; che per buona parte della giornata ce ne stiamo seduti davanti a una scrivania, davanti a un televisore, davanti a un tavolo da gioco; che passiamo lunghissime ore a consumare pasti sempre più abbondanti e a tentare dopo, pesantemente sprofondati in un divano, con gli occhi mezzo chiusi, un'impossibile digestione.
Io credo che tra i simboli più rappresentativi della nostra epoca, assieme all'automobile, al telefono, alla televisione, bisognerà mettere anche una sedia. La nostra è un'epoca seduta.

Quannu c'è a saluti c'è u tuttu.
Unni trasa u suli nun trasa u dutturi.
Dissa lu muttu anticu ca nu sbagghia:
se vò campari l'anni di la cucca,
sfarda stivali assai e linzola picca.
Suli di vitru e aria di fissura portinu l'uomu a sipurtura.
Panza china cùrchila.
Malu ssignu 'mmidicina quannu è trùbula l'arina.
Quannu u culu canta, u miedicu s'abbenta.
Quannu a vucca pigghia e u culu renna,
salutu i midicini e cu è ca i vinna.
Aprili, nè livari nè mittìri.
Cuppuna a criatura quannu a terra suda.
Cu mangia vavaluci aprili e maiu, sunàticci a 'ngunìa ca murìu.
Passata a cinquantina un mali ogni matina.
Quartara sciaccata campa cent'anni.
Guài cca pala e morti un vinìri mai.
Cu è picciuottu è riccu.
Senza u chì u malatu nun sparra.
U miedicu piatusu fa a chiaia virminusa.
Mentri u miedicu studìa u malatu si nni và.
Amaru cu etta i spaddi 'nterra.
Amaru cu mora.
Sulu 'a morti nun c'è riparu.

A conclusione di questo capitolo vorrei trascrivere la spiritosa tiritera, che uno dei più stravaganti personaggi d'Agira, vissuto sin quasi alla metà degli anni settanta, recitava a mò di spiegazione a quanti gli chiedevano ragione del perchè, sia d'estate che d'inverno, egli indossasse lo stesso pesantissimo pastrano. Molti certamente se lo ricordano ancora. Era soprannominato u 'ngignieri Vitu ed era una sorta di barbone alla Diogene, non privo di arguzia e di una sua personalissima saggezza. Sentite.

Aprili, nè livari nè mittìri;
Maiu, comu sugnu mi staiu;
Giugnu, mi staiu comu sugnu;
Giugniettu, nè lievu nè miettu;
Austu e riustu è capu 'i mmiernu,
u ccappuottu aiu
e u ccappuottu mi tiegnu!

Cap.IV
Cu è riccu d'amici...
ovvero
Dell'amicizia. Amici veri... e amici di trazzera.

Gran bella cosa l'amicizia! Sentimento tra i più nobili che l'animo umano possa esprimere. E che gran fortuna poter contare su un vero amico. Non c'è denaro che possa valere altrettanto. Quantu vala n'amicu 'nchiazza nun valinu cent'unzi nna cascia!
Ma la sapienza antica ci insegna anche che i veri amici sono rari.
E così i nostri saggi, ma diffidenti antenati, dopo aver doverosamente tessuto le lodi della vera amicizia, smorzano i nostri entusiasmi e ci mettono in guardia contro coloro che sono amici solo all'apparenza. Contro quelle persone, ahimè quante!, che hanno tante facce (facciuoli le chiamiamo, infatti, nel nostro dialetto), persone pronte a svendere, nell'affollato e ridanciano mercato del pettegolezzo, un segreto che avevano giurato di mantenere. Persone che, ancora peggio, ti voltano le spalle proprio nel momento delle difficoltà, quando tu avresti maggior bisogno del loro aiuto.


Quannu da vutti mia curria lu vinu
tutti l'amici miei currianu o chianu;
ora ca a vutti mia nun curra cchiù,
tutti l'amici miei m'abbannunaru.

Per questo non bisogna dare e non bisogna fare troppe confidenze a coloro che oggi si professano amici. Non si dice anche, forse, tratta gli amici pensando che un giorno potrebbero diventare tuoi nemici?
E poi, perchè affannarsi a fare del bene a qualcuno? Non si sa che u beni nun è beni se nun è rinnutu a mali?
Probabilmente non è una bella lezione di ottimismo e di fiducia nel genere umano. Ma a voler giudicare anche soltanto attraverso l'osservatorio, sicuramente parziale e imperfetto, delle proprie esperienze, chi si sentirebbe di  dar torto a tanto pessimismo?

Cu è riccu d'amici è scarzu di guài.
Quantu vala n'amicu 'nchiazza nun valinu cent'unzi nna cascia.
U veru amicu si canuscia 'nno bisuognu.
Amaru cu n'avi a nuddu.
Cu avi santi và 'mparadisu.
Quannu a campana 'un senta a prima vuci,
vor diri co discurzu nun ci piàcia.
U beni nun è beni se nun è rinnutu a mali.
Fai beni e scorditìllu, fai mali e pènsicci.
Tanti ci nn'è di buoni e n'autru tanti ci nn'è di vili.
U rispiettu è misuratu: cu nu nni porta nu nna' purtatu.
Faciti beni e puorci, ca all'annu fanu a sazizza...
Miegghiu un cani amicu ca n'amicu cani.
Cu beni ti vola 'ncasa ti vena,
cu ti vola mali ti manna a chiamari.
Ccu l'amici e cche parienti nun accattari e nun vinniri nenti.
I cani l'ossa d'intra i portinu fori.
U malu cumpagnuni porta l'uomu o sdirrupu.
Miegghiu sulu ca malu accumpagnatu.
Sulità santità.
Unu sulu nun è buonu mancu 'mparadisu.
Cu mangia sulu s'affuca.
Megghiu sulu ca malu accumpagnatu.

Cap. V
A lingua nun avi uossu, ma rumpa l'ossa
ovvero
vaneddi e vaniddara.

Il vicinato aveva un'enorme importanza. Le case spessissimo erano molto piccole, addossate le une alle altre. Era pressocchè impossibile riuscire a proteggersi dalla curiosità dei vicini, garantirsi un minimo di privacy. Prima o poi, anche i fatti più personali e privati di ognuno finivano nel calderone delle chiacchiere della vanedda, vero centro della vita quotidiana.
Se i rapporti erano buoni, allora erano ancora più intimi che tra i parenti. Simu miegghi de parienti, si usava dire, infatti. Ci si scambiava e ci si imprestava tutto, da ugghia 'nsinu o itali. Ma se erano cattivi, la vita poteva diventare veramente un inferno. Cu avi a mala vicina, avi a mala sira e a mala matina.
Si diceva i mura nun anu aricchi e sentinu oppure di tutti ti pò ammucciari, da to vicina no, ed era vero. La vanedda era un microcosmo dove confluivano i problemi di tutti. Nella vanedda si creavano alleanze e rivalità, nascevano gelosie per un nonnulla e si fomentavano rancori, spesso causati più dall'insofferenza per la quotidiana convivenza che da un torto subito.
La vanedda era il regno della maldicenza. In un baleno una notizia, amplificata, spesso stravolta, faceva il giro delle orecchie e delle bocche di tutte le comari.
C'erano comari all'arte per queste cose, protagoniste ante litteram delle moderne telenovelas. Con la più futile delle scuse, entravano e uscivano da tutte le case del vicinato per portare e prendere l'ultima notizia. Erano capaci d'imbastire storie infinite sui rapporti quotidiani di suocere prepotenti e di nuore linguacciute; si trovavano in mezzo, apparentemente col ruolo di paciere, ma in realtà per fomentarle, a tutte le storie di sgarbi e di ripicche, di malocchi e di maarìe; di ogni nuovo zitaggiu e di ogni matrimonio conoscevano anche i minimi dettagli; chissà come e chissà perchè, si trovavano sempre ad avere una parte nelle liti furibonde che scoppiavano tra parenti quando c'era da spartirsi un'eredità di quattro stracci...
-Mi raccomando, però- concludevano ogni volta, con un piede fuori e uno ancora dentro la porta- guarda che questa cosa la sai solo tu; non farne parola con nessuno, per carità; se proprio si deve sapere, non voglio che si sappia giusto da me...-  E intanto già bussavano alla porta accanto. I telefoni ancora non c'erano... Come si dice? I cani l'ossa d'intra i portinu fori.
Guai, in un contesto così rigidamente chiuso e rigorosamente "controllato", a tentare di uscire dal gruppo e cercare di fare un passo più avanti degli altri. Si finiva inevitabilmente nel terribile tritatutto della maldicenza più cattiva, del sarcasmo più astioso, del sospetto. Come accade anche oggi, d'altronde. Il mondo è sempre identico a se stesso.
Qualcuno si mostrava più riservato e non dava eccessiva confidenza ai vicini? Ebbene, diventava uno ca s'innavia acchianatu supra o castieddu da munnizza, oppure gli si faceva capire che ccà tutti ccò 'ncrivu cirnimu.
Un miglioramento delle condizioni di vita, un piccolo arricchimento, erano sempre accompagnati dal sospetto. Tu nun fili, nun cusi e nu 'ncanni, d'unni ti vinna stu gghiòmmiru ranni?
Qualcuno nicchiava quando doveva saldare i suoi debiti? Al suo passaggio il creditore, il più delle volte un povero artigiano costretto a pazientare all'infinito per vedersi saldato un lavoro, non perdeva l'occasione per mettere alla gogna il debitore canticchiandogli dietro sommessamente, ma non tanto che gli altri non sentissero, cu a tingiri, cu a tingiri, ca passa u tingituri... Un malu paatùri, infatti, con un gioco di parole, veniva paragonato sarcasticamente ad un imbianchino, tingituri appunto, uno che cancella i suoi debiti con un colpo di pennello... e molta faccia tosta. Ma il verbo tingiri si usava, e si usa ancora oggi, anche per indicare il dolore che procura un colpo di verga o uno schiaffo.
Le metafore, poi, si caricavano di autentico disprezzo se il neo ricco, e ancor più la neo ricca, ostentavano senza pudore i simboli della nuova condizione. Sentite questa. Ca cchi sì tu, buffa, ca canti? E' u margiu ca ti tena! Come dire, è inutile che ti dai tante arie, che ostenti tanta arroganza, e sbatti in faccia a tutti la tua alterigia, perchè non è merito tuo; se fosse stato per te, sempre buffa saresti rimasta, cioè un rospo. Margiu letteralmente significa margine, confine di terreni, e, per estensione, acquitrino, pantano. Credo che la metafora non abbia bisogno di ulteriori spiegazioni, tanta è la carica di invidia e di odio viscerale che vi serpeggia.
La risposta del tipo "non ti curar di lor ma guarda e passa", invece, veniva quasi sempre affidata ad un debole miegghiu mmidia ca pietà.
Ma nella vanedda si sviluppava al massimo anche la più nobile delle virtù sociali, la solidarietà. Non c'era problema di uno che non diventasse problema di tutti. Ed era solidarietà autentica, quella del povero che si preoccupa di chi è ancora più povero. Una malattia, una disgrazia, un lutto, diventavano motivo di sincera preoccupazione per tutto il vicinato.


 
A lingua nun avi uossu, ma rumpa l'ossa.
Uomini all'antu e fimmini o suli, scansatininni Signuri!
Di chiddu ca vidi, picca nni cridi;
di chiddu ca sienti, nun cridiri nenti.
I mura nun anu aricchi e sentinu.
Cu avi a mala vicina, avi a mala sira e a mala matina.
Diu mi nni scansa do malu vicinu.
Di tutti ti pò ammucciari, da to vicina no.
Olà olà, nun fari cosa o munnu ca si sà.
Ammuccia ammuccia ca tuttu para.
Cu mmurmurìa si và ccunfessa.
A vucca ca nun parràu megghia s'asciàu (oppure s'attruvau).
A megghia risposta è chidda ca nun si duna.
U silenziu è d'oru e a parola è d'argentu.
U abbu arriva e a stima no.
Cu abbu si vola fari, primu o duoppu ccià cascari.
Picciuotti 'un vi faciti meravigghia,
cu abbu si nni fa, prestu ccia 'ngagghia.
Cu si fa abbu ci cada u labbru.
'Astimi su di canigghia: cu i etta si pigghia.
A parola s'abbìa 'nna chiazza, cu arriva s'abbrazza.
A vistina ca nun ciancia pezza è cchiù caiorda cu a rripezza.
U putiaru 'nzocchi avi vannìa.
Miegghiu mmidia ca pietà.
Cu disìa u mali all'autri, u so è darrieri a porta.
Cu và co 'ngannu ciappizza 'affannu.
Sarba a pezza ppò purtusu.
L'azioni è di cu a fa, no di cu a riciva.
Cu s'avanta cca so vucca, nun è merra e mancu cucca.
'Acieddu ca canta nna argia, o canta ppì mmidia o canta ppì rraggia.
Quannu a urpi nun arriva a racina, dicia ch'è aura.
'O cavaddu lastimiàtu ci lùcia u pilu.

Cap. VI
I terri ppa cuntrata e l'uomini ppa nnuminata
ovvero
del mondo contadino.

Agira da sempre è stato un paese legato alla terra. Per molti la terra è stata lavoro, fatica, pane. Per molti è stata anche casa, famiglia, speranze, progetti, avvenire, morte... Ricordati, uomo, che sei fatto di terra e terra diventerai. Per quasi tutti la terra era il centro e al tempo stesso il confine dell'universo. Di terra, solo di terra, sempre di terra si parlava.
Tutti i miei ricordi di bambino alla terra sono legati.
Ricordo certe sere di sabato, in primavera, la ritinera interminabile di cavalli, di muli, di asini, alcuni con la capra arrinata, arrancare faticosamente lungo il pendio scosceso do Pizzu i San Pietru. Coi miei compagni li aspettavamo al passaggio: strappavamo un ciuffo d'erba dai fasci che pendevano dai loro fianchi e ci facevamo le zampogne. Una si e una no, ppi la via di Paternò... Per le viuzze strette delle Rocche si spandeva il profumo del fieno mietuto e l'allegria  del sabato. I lumi a petrolio nelle case rimanevano accesi più a lungo del solito e nei saloni dei barbieri fino a notte fonda si parlava di pioggia che non veniva mai... o di pioggia che non finiva più. Marzu chiova chiova, aprili mai finiri, a maiu una bona ca si tira li sirini.
Ricordo che ai primi di giugno, dalle montagne di Cesarò, di Capizzi, di Cerami, a frotte scendevano i mietitori, con la falce avvolta nella liame e nella sacchina il pane per un solo giorno. Si accampavano nel fondaco di Pantè, di fronte al municipio, e aspettavano che i massari li chiamassero per portarli a mietere i loro campi. Era sempre un gran vociare per mettersi d'accordo sulla paga della giornata. A volte sembrava una lite.
E all'imbrunire mia nonna, mia madre e le altre donne della masseria riempivano di legna il focolaio della ribattaria e dentro un enorme pentolone mettevano a cuocere la pasta coi ceci. Attorno alla grande cciappa al centro della corte, i mietitori, seduti sugli scranni o su una pietra, neri d'ebano, scavati in volto, intonavano le loro canzonacce, battendo il cucchiaio contro la maìdda, che di lì a poco sarebbe stata avvolta nel vapore della minestra fumante.
Come per una tacita intesa, che correva da una masseria all'altra, s'accendevano allora, uno dopo l'altro, un numero infinito di falò. Improvviso, di tanto in tanto, si levava insistente un abbaiare di cani, subito riassorbito nel silenzio della sera. Assieme al frinire interminabile dei grilli e delle cicale, chissà da dove, struggente, arrivava un suono d'armonica a bocca.
Oggi di quel mondo non è rimasto praticamente più nulla. Le vecchie masserie sono tutte ridotte a cumuli di macerie invase dagli sterpi e dalle ortiche.
Solo le parole, per chi sa udirle, sono rimaste. 


I terri ppà cuntrata e l'uomini ppà nnuminata.
Casa quantu ci stai e terra quantu nni vidi.
Quannu chiova di matina, pigghia a sporta e va simina.
Acqua e suli fa lavuri, suli e vientu fa furmientu.
Cielu picurinu, se nun chiova oi chiova o matinu.
L'uocchiu do patruni 'ngrassa u cavaddu.
Cu do sceccu fa cavaddu u primu cauci è u sò.
Attacca u sceccu unni vola u patruni.
L'asinu puta e Diu fa racina.
'O cavaddu lastimiatu ci lucia u pilu.
Unni cada a mula sa sùsiri.
Cu addeva api e imenti, a chi avi assai a chi n'avi nenti.
U voi ppè corna e l'uomu ppà parola.
A addina ca camina s'arricampa cca vozza china.
Miegghiu l'uovu oggi ca addina dumani.
Addina addinedda, do pizzu pari bedda.
Si canuscia u puorcu a 'mmienzu e addini.
Menu addini menu piddizzùna.
Ccò addu o senza addu, Diu fa juòrnu.
Du addi nnò 'mpuddaru un puonu stari.
Quannu a atta nun c'è i surgi abbàllinu.
A atta piscialora fa i attarieddi uorbi.
Na atta vistuta a festa 'ncampagna è na rigina.
Cani c'abbaia picca muzzica assai.
N'arrisbigghiàri u cani ca dorma.
Cu arrispetta u cani arrispetta u patruni.
Tanti armali e tanti cristiani.
Cu a manniri và ricotta a mangiari.
Cu piecura si fa u lupu su mangia.
A piecura ppi diri "be" perza u muzzicuni.
U diavulu nun avi piecuri e vinna lana.
Cu du liebbri vola assicutari, unu o l'autru a lassari.
Nun si puonu serbiri i palummi muti.
Faciti beni e puorci ca all'annu fanu a sazizza!
A crapa ch'è 'nsignata a mangiari ficheri,
u viziu su leva sulu quannu mora.
Uomini all'antu e fimmini o suli, scanzatininni Signuri!
Pignata taliata nun vùgghia mai.
Tinta a terra ca nun ci cada l'annata.
Quannu nun duninu i marini, i muntagni n'abbàstinu ppè lasagni.
Unni ci canta lu chiuchiuruchiù 
u patruni è poviru e u mitatieri di cchiù.
A 'nsalata: bona salata,
picca acitu, assai ugghiata,
e d'on puorcu arriminata.
Cu va a ligna a malu tirrenu, ppì nèscili o largu si carrica 'ncuoddu.
Pani schittu codda dirittu.
Pani caudu e tumazzu musciu si nni calinu senza fari scrusciu.
Se nun chiova e mina vientu, affaccia o suli e fa bon tiempu.
Acqua ca duna a tanti vadduna nun macina mulinu.
Acqua passata nun macina mulinu.
Ognunu tira l'acqua o so mulinu.
Acqua tirata vita piniata.
A paura uarda a vigna.
A vigna cu bona a zappa bona a vinnigna.
Miegghiu vinu feli ca acqua meli.
Miegghiu duru tumazzu ca duru chiumazzu.
Tuttu u latti nun va a tina.
A risicu si pìgghinu i abelli.
Cu buonu attacca buonu strògghia.
Sciccarieddu nicarieddu para sempri pudditrieddu.
Arbulu viecchiu e caulu sciurutu,
facci chiddu ca vuoi, tuttu è pirdutu.
Arbulu curtu tuttu fruttu, arbulu luongu tàgghilu di pedi.
Nno n'ura Diu lavura.
Cu nu nn'appa de primi rappi, nu nni pò aviri di l'urtimi ricioppi.
Annata ricca massaru cuntentu.

Cap.VII
I jorna su comu o linu, scura oi e agghiorna o matinu.
ovvero
Del tempo e delle stagioni

Questo capitolo è strettamente legato al precedente. E' nella civiltà contadina, infatti, che troviamo il maggior numero di proverbi legati al tempo e alle stagioni. I cicli dei lavori nei campi sono stati da sempre, e lo sono ancora oggi, nell'era della tecnologia, regolati dall'andamento del tempo e dal volgere delle stagioni; e i contadini hanno dovuto da sempre fare i conti con la meteorologia. Hanno dovuto, come si usa dire in gergo, stari sempri ccu l'uocchi all'ariu. E anche se, come si sa, nulla è più capriccioso e incontrollabile dell'andamento del tempo, tuttavia essi cercavano lo stesso, e forse cercano ancora, di fare delle previsioni e trarre auspici da tanti piccoli segnali e dalle condizioni del tempo in certe giornate particolari dell'anno.
Ma, parlando del tempo e delle stagioni, non posso fare a meno di parlare di quello che da sempre da noi è stato il più grande dei problemi, il problema dell'acqua. Non è senza una ragione, infatti, se una delle più note giaculatorie a San Filippo sia questa: San Fulippuzzu chiuviti chiuviti, che lavuredda su muorti di siti.
Ricordo lunghi periodi in cui per mesi non cadeva una goccia di pioggia. Nei discorsi dei contadini, pur avvezzi da secoli a lottare contro una natura ostile, traspariva la preoccupazione; cortei interminabili di donne disperate si recavano in chiesa per chiedere la grazia a San Filippo. Si poteva decidere allora, in casi veramente estremi, di compiere il più spettacolare e corale dei riti propiziatori, quello di portare San Filippo al castello. Era un rito antichissimo, anch'esso ormai, come tanti altri della tradizione, sopraffatto dal disincanto che caratterizza i tempi nuovi e praticamente dimenticato. Consisteva in questo: la statua del santo veniva portata, in silenziosa e mesta processione, dall'Abbazia fino al castello, dove c'è una chiesetta a lui dedicata, e là dentro veniva lasciata, in penitenza si diceva, fino a che non pioveva. I sacerdoti indossavano per l'occasione i paramenti viola dei riti penitenziali, e i fedeli, praticamente tutto il paese, seguivano in preghiera. Nel volto di tutti solo ansia e preoccupazione.
I giorni che seguivano erano giorni di penitenza, di digiuno e di purmisioni (letteralmente promesse, voti).
Quando poi finalmente arrivava la sospirata pioggia, le campane di tutte le chiese si abbandonavano al più festoso degli scampanii, tutto il paese in festa tornava su al castello e San Filippo, questa volta con grandi manifestazioni di giubilo, con la banda e le bombe, veniva riportato all'Abbazia. La gioia, lungamente repressa, esplodeva finalmente sul volto di tutti, e ancora una volta si traduceva in certezza la promessa del santo di tenere lontana da Agira la carestia, così come ne teneva lontani anche la guerra, la peste e i terremoti.
Oggi di quei riti non è praticamente rimasto più nulla, se non il ricordo nei più anziani e la testimonianza in qualche modo di dire (vor diri c'acchianamu a San Fulippu o castieddu oppure amu a cchianari a San Fulippu o castieddu?), di cui col passare del tempo non si comprenderà più il senso e soprattutto l'origine, come già avviene per tantissime altre espressioni ancora in uso.

Jnnaru, mienzu duci e mienzu amaru.
Jnnaru fa agnieddi e frivaru fa i peddi.
Ppì Sant'Antuoni carduna mangiai,
cuotti  e crudi comu i truvai.
Frivaru sparta paru.
Ppà cannalora a mmirnata è fori:
Ma se fori nun è, n'autri quaranta jorna cci nn'è.
Se è crudili, tuttu u misi d'aprili.
E se è di taju, tuttu u misi i maiu.
Frivaru frivaluoru, ogni tinta addina fa u so uovu.
Frivaru scorcia a vecchia o cufularu.
Ppì San Mrasi u suli nne manchi trasa.
U suli i marzu annurica u catinazzu.
U friddu i marzu s'infila nno cuornu do voi.
Marzu viegnu e ti rifazzu.
A nivi i marzu nun trova iazzu.
Marzu chiova chiova
Apriri mai finiri
a Maiu una bona ca si tira li sirini.
Nun scura Juovi e Santu i sira
se nun fa quinta diecima a luna.
Aprili fa i sciuri e maiu s'innanura.
Aprili friddulinu, assai pani e picca vinu.
Aprili ti viegnu a vidiri.
Cu mangia vavaluci aprili e maiu
sunaticci a 'ngunìa ca muriu.
A zita maiulina nun si oda a vistina.
Giugnu trasa di notti e i lavura si trovinu cuotti.
Giugnu a fauci 'mpugnu.
A giugniettu, uomini all'antu e fimmini o suli, scanzatininni Signuri!
Giugniettu a fauci sutta o liettu.
Acqua d'austu, uogghiu, meli e mustu.
Austu riustu e capu i 'mmiernu.
A zita austina nun si sfarda a vistina.
Sittiemmiru nne vigni
c'è 'nsolia, muscatedda e frutti magni.
Sittimmieru a racina nno parmientu.
Ppà Bammina cala l'uoddiu aliva
e annurica a racina.
Ottuviru i terri si lavurinu.
Nn'ottuviru, se nun chiova e mina vientu
affaccia u suli e fa bon tiempu;
e se chiova vi 'nfilati nnò parmientu.
Ottuviru assai piciniusu.
Ppì tutti i Santi a nivi canti canti.
Se vuoi ca ti vena buonu u vinu
puta e azzappa ppì San Martinu.
Ppì San Martinu castagni e vinu.
Sant'Annirìa etta l'acqua a scurìa.
Se a nuviemmiru trona, annata è bona.
Diciemmiru:
o dui San Cuonu
o quattru Santa Barbira
o siei Nicola
l'uottu Maria
e tridici Lucia
e o vinticincu u veru Misìa.
Di Santa Lucia a Natali
(i jorna criscinu) quantu un passu i cani;
di Natali all'annu nuovu
quantu un passu d'uomu.
Primu Natali nè friddu nè fami,
duoppu Natali u friddu e a fami.
Natali o suli e Pasqua o tizzuni
tannu è a vera stasciuni.
U luni si nni va a rruzzuluni.
Di marti nè si spusa nè si parta.
Miercuri intra e simana fori.
U venniri è di natura, comu agghiorna accussì scura.
Cu arrida di venniri ciancia di sabitu.
O sabitu simu junti, lesti i manu e luonghi i punti.
Nun c'è sabitu senza suli
e nun c'è fimmina senza amuri.

Cap. VIII
Amuri...e bruodu 'i chiàppiri.
ovvero
Dei tormenti e delle delizie d'amore.

L'amuri è amaru, ma arricrìa lu cori. In questa affermazione, brevissima e semplice, è condensata una verità antica quanto il mondo, che, cioè, l'amore prima di tutto è tormento, insonnia, inquietudine, dolore qualche volta, ma poi arricrìa il cuore. Tutti sanno che è impossibile dissociare la sofferenza dal più gioioso dei sentimenti umani. L'amuri tutti dicinu ch'è amaru, ma ognunu vola vidiri se è veru oppure Cu pata pp'amuri nun senta duluri.
Sono versi, quelli che formano i proverbi e le brevi poesie di questo capitolo, che io trovo bellissimi. Pur nella loro brevità, e soprattutto nella loro semplicità, ci lasciano intravedere quell'altalena di emozioni, di sentimenti, di passioni, che fanno da contorno a qualsiasi storia d'amore, e forse ne costituiscono l'essenza stessa. Entusiasmo e malinconia. Illusione e dubbio. Speranza e disperazione. Progetti e fallimenti. Gelosia, inquietudine, nostalgia, rancore. E gioia, allegria, scherzo, ironia. E sempre buon gusto. Anche quando si tratta di respingere le profferte di un corteggiatore inopportuno, oppure si vogliono bonariamente mettere alla berlina i maneggi di quei vecchi che non si rassegnano ad abbandonare il campo e sperano ancora di maritarsi.
Quanti hanno cantato d'amore? Poeti, madrigalisti, trovatori, parolieri, parolai. Poemi, poesie, stornelli e canzonette. Tempeste violentissime, ma anche cieli infinitamente azzurri e prati immensi, papaveri rossi, bocche di leone, nontiscordardimè, e pratoline, un mare di pratoline, bianche, gialle, abbaglianti...
E libri. Tanti libri. Migliaia di libri. Dentro, velate a malapena dal tappeto di polvere che il tempo tesse sulle storie degli uomini, tante donne. Tutte belle. Nobili e altere. Tiranne e prepotenti. Sprezzanti e ciniche. Qualche volta docili e dolcissime. Donne. Donne. Donne. Desiderio che si fa strazio e tormento dell'anima. Chi mai è riuscito a sottrarsi alla tirannia dell'amore?
Ma chi ha mai detto meglio in così poche parole? L'amuri è amaru, ma arricrìa lu cori.
Questo capitolo è diviso in due parti. Nella prima ho inserito i proverbi, nella seconda dei brevissimi componimenti amorosi.


I
L'amuri tutti dicinu ch'è amaru,
ma ognunu vola vidiri se è veru.
Cu pata pp'amuri nun senta duluri.
Ziti a vasari e vavaluci a sucari
sunu du cosi ca nun puonu saziari.
Vucca vasata nun perda a vintura.
Pizzichi e vasi nun fanu purtusa.
Amuri, biddizzi e dinari,
sunu tri cosi ca nun si puonu ammucciàri.
Quannu u piru è maturu cada sulu.
Fatti zitu e dillu a tutti, fatti monicu e nu diri a nuddu.
Luntanu di l'uocchi luntano do cori.
Uocchiu nun vida cori nun dola.
Facci nun vista è disiata.
Cu da vecchia s'innamura nun si oda la vintura.
Uocchi c'atu fattu ciànciri ciancìti.
Siedi siedi zitidduzza ca a to vintura appriessu vena.
II
- Minnacchianassa 'ncielu, se putissa,
  ccu na scalidda di triccientu passi;
  nun mi nni curu suddu si rumpissa,
  bastica ti strincissa e ti vasassa.
- Aiu na cosa ca nun mora mai,
  ch'eni 'mpastata di meli e d'aloi,
  ma 'nganna i genti ccu li modi suoi.
- U sabitu si chiama allegracori
  ppì cu cci ll'avi bedda la muggheri;
  cu ll'avi bebba ci porta i dinari,
  cu ll'avi ladia ci scura lu cori.
- Fammi na facci e fammilla ppì finta,
  bastica lu me cori s'accuntenta.
- Bedda do Pipiriddu,
  ti manna a salutari Peppi u Addu,
  e ti vola addumannari se vuoi ad iddu.
- Bedda, pp'amari a tia pierzi lu sceccu.
  Ora dimmillu tu a cu accravaccu.
- Schetta nun t'appi e maritata t'appi.
  Bastica t'appi, comu t'appi t'appi!
- 'Mprimis 'mprimis 'un sacciu abballari.
  Pozzica pozzica me patri nun vola.
  E appò, chi nnicchi nnacchi abballari ccu vui?
- A Napuli fanu i strummula
  e a Palermu i vanu a vinninu.
  Quantu sù fissa l'uomini
  ca vanu appriessu e fimmini!
- Chiova chiova minutiddu
  ca la vecchia si 'ngarzidda.
  Senta u scrusciu de canali
  e si vola maritari.
- Viecchiu 'nsipitu
  cciacchiappa l'acitu
  u lignu è fracitu
  e nun serba cchiù.
- E' nutili ca t'allisci e fai cannola,
  stu santu eni di marmiru e nun suda.
  E' nutili ca ti piettini e t'allisci,
  ca u cuntu ca ta fattu 'un t'arrinescia.

Cap. IX
Matrimonia e viscuvati do cielu su calati
ovvero
Del Matrimonio. Usanze e rituali.

Non era cosa semplice coronare un sogno d'amore al tempo dei nostri nonni.
Le donne passavano le loro giornate chiuse in casa. Facci nun vista è disiata, si insegnava alle ragazze da marito; cu beni ti vola, 'ncasa ti vena si ammonivano quelle che avessero avuto qualche smania di mettersi in mostra o, peggio, cosa inusitata e assai disdicevole, di prendere iniziative.
Per due giovani che volevano fidanzarsi praticamente non esisteva nessuna possibilità di incontrarsi e istaurare un rapporto, anche solamente verbale, prima che il matrimonio venisse affermato.
I primi tentativi d'approccio e di dialogo si riducevano di solito ad una serie di sguardi, fugaci e furtivi, che l'uomo cominciava con l'inviare all'indirizzo della prescelta. Quasi sempre il corteggiamento cominciava con lunghi, snervanti e soprattutto cauti appostamenti sotto la finestra o il balcone della ragazza. Gli appostamenti dovevano per forza essere cauti, perchè se il padre o i fratelli subodoravano qualcosa, non era infrequente che il temerario venisse diffidato, anche con la forza, dall'aggirarsi nei paraggi, e la poverina malmenata, in nome di un atavico diritto di proprietà che ogni maschio sentiva il dovere di esercitare sulle femmine della propria famiglia, o soltanto per difenderne l'onore, sulla cui definizione si è molto disquisito da parte degli studiosi di costume.
Oppure si svolgeva la domenica mattina, durante la messa delle undici, quella cantata. Si usava che i giovanotti, a piccoli gruppi, durante la funzione, piuttosto che star seduti ad ascoltare, passeggiavano su e giù per le navate laterali della chiesa, lanciando sguardi e ammiccamenti all'indirizzo delle ragazze, che stavano sedute, quasi sempre accanto alla madre o ad una vecchia zia, nella navata centrale. Quando scorgevano quella che a loro sembrava giusta, si piazzavano in posizione strategica e lanciavano l'attacco. Uno sguardo, due, tre, in modo sempre più insistente e diretto. I più intraprendenti facevano l'occhiolino. Poi pazientemente attendevano il riscontro. Ogni giovanotto sapeva bene che una ragazza seria le prime volte non si sarebbe fatta sorprendere a restituirgli lo sguardo, per non passare per civetta. O soltanto per paura. Per cui pregava l'amico di osservarne di sottecchi le reazioni.


-Chi dici, ti para ca talìa, ah?- chiedeva lo spasimante con trepidazione.
-Allivoti si, ma nun sugnu sicuru- rispondeva titubante l'amico.
-E tu talìa miegghiu- incalzava il poverino.

Quando, dopo tante domeniche, e dopo interminabili attese per intere serate sotto un balcone che non si apriva, la ragazza, con un cenno del capo o dello sguardo, finalmente lasciava intendere che la cosa si poteva fare, allora il ragazzo si faceva più audace e il suo corteggiamento diventava più esplicito: passava sempre più frequentemente sotto il balcone e lasciava intendere che era disposto anche a sfidare l'ira del padre e dei fratelli. Quannu i dui si vuonu, i tri nun s'azzuffinu.
Esistevano anche i matrimoni purtati, chiamati così perchè venivano combinati da vecchie paraninfe molto abili in queste faccende e attivissime in ogni paese, le antenate delle moderne marteflavi. Erano matrimoni basati certamente non sull'amore, che anzi spessissimo i due promessi sposi neppure si conoscevano, ma su piccole convenienze e piccoli calcoli. Iddu è unu travaddiaturi, serio, con tante proprietà, enfatizzavano le comari traffichine, facendo brillare davanti agli occhi della ragazza indecisa, e soprattutto davanti a quelli avidi dei genitori, il miraggio di un benessere che il più delle volte si rivelava poi, se non proprio inesistente, certamente inferiore a quello promesso. E idda? Lei, sempre a detta delle ruffiane, era certamente una che si poteva bere in un bicchiere d'acqua. Magari attempatella, certamente non bedda cchiassai do suli e da luna. Ma che importava? Erano pronte a giurare che era stata abituata fin da piccola ai lavori più duri, ed educata al rispetto e all'ubbidienza verso il marito. Magari era grassottella, con i fianchi sovrabbondanti. Tutta grazia di Dio, ammiccavano allora con una grassa risata carica di doppi sensi. Erano abilissime nel mettere in risalto le doti che maggiormante contavano nel povero mondo contadino di allora. E l'amore? Beh, Amuri e bruodu i chiàppiri... non si dice così? L'unica cosa che in fondo veramente conta tra due che si sposano è il rispetto reciproco. L'amore poteva sempre venire dopo; anzi, certamente sarebbe venuto, incalzavano, dall'alto della loro esperienza, le mature intermediarie. La cosa su cui erano pronte a giurare era comunque che quel matrimonio era stato deciso e preparato in Cielo. Matrimonia e viscuvati do cielu su calati, infatti.
Ma per quali vie, poi, e con quali chiavi, le paraninfe accedessero ai reconditi misteri del Cielo, questo proprio non mi è stato rivelato.
Personaggio importante in ogni matrimonio era u missaggieri, di solito un signore anziano, assennato, stimato e rispettato in società, possibilmente di ceto sociale superiore, che veniva incaricato dalla famiglia del giovane di fare il primo passo, come si diceva, presso il padre della ragazza. Il quale, a sua volta, cerimonioso, si dichiarava prima di tutto onoratissimo della visita di quell'ospite tanto illustre, quantu onuri nna me casa!; poi, dopo aver ripetutamente ostentato la propria sorpresa per quella richiesta tanto inattesa, chiedeva tempo per una risposta; per domandare alla figlia, diceva ipocritamente, se anche lei era disposta a sposare quel giovane, contro cui, e soprattutto contro la cui famiglia, lui non aveva niente da ridire, teneva a precisare; ma in realtà per prendere le informazioni.
Se, dopo una o due settimane, la risposta era affermativa, col messaggero si metteva in chiaro anche la parte economica della faccenda. Non si stilavano contratti veri e propri, almeno non ne stilavano quelli delle classi subalterne, ma la parola data davanti a lui era impegnativa più della carta bollata.
A quel punto si concordava la data per fare la  ricanuscenza, che consisteva in una visita che i genitori e i parenti stretti del giovane facevano a casa della ragazza, per conoscerne i familiari. In quella cerimonia la parte centrale della scena veniva ceduta alla mamma del giovane, presso la quale la timida e impacciatissima fanciulla doveva sforzarsi di suscitare l'impressione più favorevole. Dopo questo primo incontro il fidanzato non sempre veniva ancora ammesso a frequentare con regolarità la casa della fidanzata. Per poter cominciare a farlo egli doveva attendere che si facesse u singu, il fidanzamento ufficiale, che si celebrava poche settimane dopo, giusto il tempo dei preparativi, che erano lunghi e laboriosi. Fino ad allora ai due giovani si concedeva di parlarsi dal balcone, senza più la preoccupazione di essere sorpresi. Comunque da quel momento potevano formalmente considerarsi ziti.
U singu, come poi anche il matrimonio vero e proprio, che veniva celebrato quasi sempre verso la fine dell'estate successiva, nel mese di settembre, quando diminuivano i lavori nei campi, era una cerimonia corale. Per diversi giorni prima, infatti, tutti i parenti da zita partecipavano indaffaratissimi alla preparazione dei dolci per il trattenimento, mentre i parenti do zitu si occupavano di acquistare l'oru do singu.
Spessissimo tra le due famiglie si istaurava una sorta di tacita gara per prevalere sull'altra, una gara che quasi sempre risultava assai patetica, in quanto ciascuna di esse si sforzava di ostentare un'agiatezza che di fatto non aveva, o vantava parentele altolocate, che quasi sempre poi, si riducevano a qualche oscuro travet della pubblica amministrazione o ad un militare di bassissimo grado e rango.   
La sera del fidanzamento, in mezzo ai cori sempre più lunghi di oh!!! delle comari, la futura suocera, con sussiego e studiata lentezza, appendeva l'oru alla fidanzata, rossa in volto comu a paparina. I commenti d'ammirazione si sprecavano. A pararu comu a Sant'Aita, dicevano i suoi parenti, per lasciare intendere che i regali erano stati graditi, che la famiglia dello sposo non si era risparmiata e aveva fatto tutte le cose per bene, com'era giusto.
Un buon trattamento veniva giudicato dal numero e dall'abbondanza delle passate, dalla quantità di dolci, cioè, che alcuni giovanotti, naturalmente quelli più brillanti e di cumacca tra i parenti della fidanzata, già alticci di prima sera, facevano passare tra gli invitati, in un grande tabarè. In mezzo a un gran vociare di bambini, vassoi stracolmi di cassateddi, 'nfasciatieddi, nocatuli e amaretti, passavano davanti alle infinite mani stese degli invitati, seduti stretti stretti, uno accanto all'altro, nei sedili di fortuna che si ricavavano appoggiando a due sedie le tavole dei letti, disfatti per l'occasione. E tra una passata e l'altra venivano offerti bicchierini di un non meglio identificato rosoliu, un liquore fatto in casa con alcool e zucchero, ai quali venivano aggiunti essenze e coloranti diversi, i patriottici bianco, rosso e verde per lo più, per dare l'impressione che si trattasse di liquori sempre diversi. Ma, per quanto mi ricordo, il sapore mi sembrava sempre lo stesso.
Quelli che se lo potevano permettere chiamavano un'orchestrina, composta da musicanti raccogliticci, perdigiorno senza nè arte nè parte, i quali, dietro compenso di un pasto o solo di una buona bevuta, riuscivano a mettere insieme un repertorio di vecchie canzoni.


-Vossa muzzica, cummà!
-Vossa muzzica, cumpà!

Al rito da muzzicata non si poteva sfuggire, se non si voleva dare l'impressione di essere schizzinosi, cca nasca additta. Nulla poteva nuocere di più ai buoni rapporti che con il matrimonio si istauravano tra due parentele, che il mostrare di sentirsi superiori, di schifiàrisi del compare o della comare.
Seduti per la prima volta uno accanto all'altra, al centro di un'attenzione che avrebbero volentieri schivato, i due ziti, confusi e inebetiti, finalmente si tenevano per mano; e mentre il vocìo, col passare del tempo e delle passate di rosolio, diventava concitazione e frastuono, essi timidamente cercavano di ascoltare le segrete emozioni del cuore, che non riuscivano, e forse mai sarebbero riuscite, a diventare parole.
Il matrimonio, soprattutto tra le famiglie contadine, di solito, come dicevo, si celebrava verso la fine dell'estate. Qualcuno in primavera, ad aprile. Mai a maggio, a zita maiulina nun si oda a vistina.  Quasi sempre di sabato, di sabitu a Madonna ci proia l'abitu. Mai di lunedì, di luni si nni va a ruzzuluni.
I parenti dello sposo aspettavano in chiesa; la sposa, in abito bianco, arrivava dopo, in braccio al padre e seguita dal numeroso corteo dei suoi parenti. I balconi e le finestre che si affacciavano sulle strette viuzze dove passava il corteo venivano addobbate con le coltri e i lenzuoli ricamati, come per la processione del Corpus Domini. Alla fine della cerimonia in chiesa, un corteo ancor più numeroso tornava nella casa della sposa per il trattenimento, che era in tutto simile a quello del fidanzamento.
C'era una cosa, ai tempi della mia infanzia, che più viva mi torna alla mente, soprattutto per il gran senso di tristezza che mi metteva dentro già allora; ed anche ora che ne scrivo provo uno strana ed accorata malinconia. La guerra era finita da poco e fame in giro ce n'era tanta. Ricordo che c'era sempre un gran nugolo di ragazzini malvestiti che seguiva da presso ogni corteo nuziale e che poi si assiepava vociante all'uscio della casa della sposa; e ricordo che qualcuno da un balcone, dopo che tutti gli invitati erano entrati in casa, buttava loro dei confetti e delle monetine. Immagino che fosse un gesto per augurare ricchezza e benessere ai nuovi sposi. Ma a me quei bambini ai quali si buttavano delle monetine facevano una gran pena.
Non si usava che gli sposi andassero in viaggio di nozze. A tarda sera, finiti i festeggiamenti, i parenti più prossimi li accompagnavano nella nuova casa. Verso mezzanotte gli amici più intimi gli portavano la serenata sotto casa. Poi, per tutta la settimana che seguiva, gli sposi, ma soprattutto la sposa, non uscivano di casa. Solo all'otti jorna, all'ottavo giorno, gli sposi, lui col vestito del matrimonio e lei con quello appunto di l'otti jorna, abitino di seta e spolverino nero, andavano a fare visita a tutto il parentado.
Mentalità e cultura, usanze e tradizioni, credenze e superstizioni, tutto concorreva a conferire ai comportamenti legati al matrimonio una sorta di sacralità, una ritualità fatta di innumerevoli regole non scritte, ma non per questo meno ferree e vincolanti, difficilmente riscontrabili in altre circostanze della vita. Ogni matrimonio finiva per coinvolgere praticamente l'intero parentado dei due fidanzati; ognuna delle due famiglie vi spendeva la propria immagine pubblica, il proprio peso economico, il proprio onore.

Matrimonia e viscuvati do cielu su calati.
Nun si pìgghinu se nun s'arrisimìgghinu.
Cu si marita nno quartieri viva nno bicchieri.
Quannu ta maritari a matri a taliàri.
Cu nascia bedda nascia maritata.
Dui bieddi nno 'ncuscinu 'un puonu dormiri.
Cu avi a muggheri bedda sempri canta,
cu avi dinari picca sempri cunta.
Fimmina cucinera pigghitìlla ppì muggheri.
Muggheri sapienti, a tavula nun truovi nenti. 
Biddizzi a tavula nun si nni mettinu.
Cu si marita sta cuntentu un juornu,
cu ammazza un puorcu sta cuntentu un annu.
Di luni si nni và a ruzzuluni.
Di marti nè si spusa nè si parta.
Di sabitu a Madonna ti pròia l'abitu.
A zita maiulina nun si oda a vistina.
All'annu maritatu, o malatu o carzaratu.
Amaru cu si marita: si nni va 'ngalera a vita.
Amaru cu si fa supraniàri,
lustru di paradisu nu nni vida.
Nun si loda a jurnata se nun scura,
nè si loda a muggheri se nun mora.
A cu puozzu e a cu nun puozzu,
a me muggheri sempri a puozzu.
Cientu addi a carriari e na addina a scaliari...
Amaru u puddaru unni canta a addina.
Unni a addina canta e u addu taci,
chidda è casa ca nun c'è paci.
Paci intra e guerra fori.
I parienti do maritu su amari comu acitu,
i parienti da muggheri su duci comu o meli.
I scarpi stritti su comu e parienti:
cchiù stritti stanu e cchiù mali fanu.
Sògiri e nori ittàtili fori!
'Nnall'anta 'a paranta amaru cu i ita ci chianta.
Canuscia l'uomo to cco vierzu so.
Ogni lignu avi u so fumu.
Addu d'aruoi è trìulu di casa.
Figghi nichi peni nichi, figghi ranni peni ranni.
'Nzocchi simini arricuogghi.
Tali patri tali figghiu.
Da rosa nascia a spina e da spina nascia a rosa.
U lignu s'addizza quannu è virdi.
Puorcu e figghiuolu comu u nsigni u truovi.
'Nzocchi fa a matri o cufularu fa a figghia o fumazzaru.
A mamma è l'arma, cu ha perda nun a uadagna.
I figghi de atti acchiappinu surgi.
Figghia nna fascia e tila nna cascia.
Ogni figghiu scavarieddu a so ma ci para bieddu.
Se ti nascia un figghiu bufulutu, ammazzilu e vattinni carzaratu.
Un patri a cientu figghi ci duna a mangiari,
ma cientu figghi o 'mpatri no.
L'arbulu pecca e a rama arriciva.
A corda ruppa ruppa, a sgruppa cu nun ci curpa.
Niputi cuorpi di cuti.
Nun c'è matrimuoniu senza chiantu
e nun c'è funerali senza risu.

 


Cap.X
Quannu na fimmina annaca l'anca...
ovvero
Proverbi licenziosi.

Non esiste al mondo parlata popolare priva di espressioni e modi di dire triviali. E non poteva certo sfuggire alla regola il nostro dialetto.
So, però, che non tutti amano leggere, sentire o usare simili espressioni, per cui a lungo ho riflettuto sull'opportunità di inserire nella raccolta i tantissimi proverbi che nel linguaggio sboccato e nella metafora arditamente oscena trovano il loro punto di forza.
Alla fine ho cercato una via di mezzo, che, come sempre, spero si riveli anche in questo caso la migliore. Ho scelto di inserire, cioè, tra i numerosissimi esistenti, solo quei proverbi e quelle espressioni che a mio giudizio cozzano meno contro il buon gusto: operazione assai ingrata e certamente arbitraria, non esistendo in questo campo regole precise e misure universalmente riconosciute, se non quelle di una personalissima valutazione.
Non ho voluto comunque privare questa raccolta, che per me ha un valore di testimonianza, di una sezione tanto importante.

Quannu na fimmina annaca l'anca,
se n'è buttana, picca ci manca.
Davanti 'e porti e supra 'e casci
si cciassèttinu i bagasci.
Quantu tira un pilu 'i fimmina di muntata,
nun puonu quattru vuoi 'ncontra pinnina.
Cazzu arrittatu nun canuscia rispiettu e parintatu.
Sbirri, cani e buttani,
quannu su viecchi morinu 'i fami.
Carti, schiticchi e ciunnu portinu l'uomu o funnu.
L'uomu sissantinu lassa a fimmina e pigghia u vinu.
Tappinari faciti faciti c'a vintura nun a pirditi.
Unni ci su campani ci su buttani.
Asi e mutanni i signurini
si càlinu sempri a fini.
Tali nasu tali fusu.
A sidicianni, quantu cci ll'avi a nica ll'avi a ranni.
Vasa, vasa, vuccuzza di meli,
tu sì bagascia e iu sugnu a muggheri.
Cuscini, cugnati e cumpari,
o spissu i corna ti fanu attruvari.
I corna fanu mali quannu nàscinu,
m'aiutinu a campari quannu crìscinu.
C'è curnutu ca nni oda e c'è curnutu ca nni mora.
I corna da suoru su corna d'oru,
i corna da muggheri su corna veri.
U babbu unni và và e u curnutu o so paisi.
Vò fari arraggiari un curnutu? Chiàntiti mutu!
Cu futta futta Diu pirduna a tutti.
Cu nun piscia 'ncumpagnia o è sceccu o è na spia.
'Nsìgniti culu quannu sì sulu,
ca quannu sì accumpagnatu t'attruovi 'nsignatu.
U culu ca n'appa cauzi quannu l'appa si cacàu.
Libertà libertà pani e tumazzu,
libertà di culu e libertà di cazzu.
A muggheri i l’autri è sempri cchiù bedda.

Cap.XI
Cu nn'appa nn'appa de cassateddi i Pasqua!
ovvero
Modi di dire, espressioni e parole da non dimenticare.

Questo capitolo è dedicato a tutte quelle espressioni, quei modi di dire, quelle parole, che, quasi sempre inavvertitamente, inseriamo nei nostri discorsi quotidiani, e che concorrono, per l'immediatezza delle metafore e delle similitudini, e per la gioiosa e sottilissima ironia che spesso li anima, a dar forza e chiarezza al nostro pensiero. A volte, infatti, basta una sola di queste espressioni, magari accompagnata dalla mimica in cui noi meridionali siamo maestri, per esprimere compiutamente un concetto, per delineare un carattere, per esprimere un'emozione.
Troverete anche vecchie espressioni di saluto, testimonianza di un tempo in cui esse rappresentavano il rispetto dovuto alla posizione occupata dalle persone nelle gerarchie familiari e sociali.
Ed espressioni augurali, bonarie prese in giro, nomignoli, scongiuri, invettive, e così via...
Non esiste, ovviamente, un filo conduttore, un tema che faccia da elemento unificatore.
Per questa ragione essi sono elencati così, alla rinfusa.
Leggendoli, sono certo che ognuno ritroverà immagini, situazioni e volti dimenticati; e magari ritroverà altre parole ed altre espressioni qui non elencate.
Perchè, lo ripeto, questo è l'unico scopo di questa raccolta, aiutare a ricordare. Non si dice, in fondo, che l'uomo è ciò che sono i suoi ricordi?

- Munnu a statu e munnu è.
- Ogni tiempu vena o so tiempu.
- Vutti china e muggheri 'mriaca.
- U pani è duru e u cutieddu 'un tagghia.
- A pigghia e supra ppì na sbagghiari.
- Na figghia e cientu ènniri.
- Si nn'acchianàu supra o castieddu a munnizza.
- Spara a cu vista e 'nserta a cu nun vista.
- Iu mi mangiu i cipuddi e a tia t'abbrùscinu l'uocchi?
- Accattari a atta nno 'nsaccu.
- Cu ccia ppenna a ciancianedda o attu?
- Pigghiari u luci cche manu i l'autri.
- E' comu l'uovu: cchiù cocia e cchiù duru addiventa.
- Fari trasiri u sceccu avant'arrieri.
- Cani ca nun canuscia patruni.
- Nè susu cche viertuli nè 'nghiùsu cca visazza.
- Nè cotta nè cruda.
- Nun vola nè cantari nè sunari e mancu sentiri a cu sona.
- Macari i pulici anu a tussi e i piduocchi a rriminzioni.
- Scorcia o piduocchiu e stenna a peddi.
- Avissa a gridari u voi e grida aratu?
- Cu nn'appa nn'appa de cassateddi i Pasqua.
- Cu nn'appa nn'appa e cu fu fu.
- Comu fu fu.
- Cosi niuri.
- Fichiti e fichitedda.
- Inni e onni.
- Na corda e na campana.
- A corda e o sicchiu.
- A fauci cche viertuli.
- Pigghiàrisi atti a pittinari.
- Fuocu di pagghia.
- Appillingàrisi ppò fumu a cannila.
- Liccari a sarda o tiettu.
- L'acqua vugghia e u puorcu 'un vena.
- Pani no e ciccì si.
- Me pà è cudduruni e iu muoru i fami.
- Muntuvi u diavulu e spuntinu i corna.
- A to casa ti strincia e ti vasa.
- Tavula stisa e pani minuzzatu.
- I iardina siccaru e i fumazzara sciurieru.
- Macari u sali fa i viermi.
- Supra pastu minnulicchi.
- Unni ci chiova ci sciddica.
- Supra canchiru cravunchiu.
- Supra pastu minnulicchi.
- Ci nni mancavinu corna a Custantinu,
ca s'accullàu chiddi 'i so frati Marianu?
- Cca scusa do figghiuolu a mamma si mangia l'uovu.
- S'attruvaru darrieri a na porta e chiesa.
- Arristaru a 'mmienzu a na strata.
- S'attruvaru a vanedda ca nun spunta.
- Arristau comu a zita e Troina.
- Arristaru 'ntridici.
- Aiu i sordi manzi e i fazzu addivintari sarbaggi?
- O ti mangi sta minestra o t'abbì di ssa finestra.
- Trìulu malanova e scuntintizza.
- Criccu Cruoccu e Manicu i sciascu.
- Abbaia cche cani e rucculia cche lupi.
- Ppi nui squagghia a cira.
- Cu è cchiù babbu carrivali o cu ci va d'appriessu?
- Elausci, dumani 'un ci nn'è cchiù.
- Babbu tu e cu ti vesta a matina.
- Avi na ramata!...
- Canigghia canigghia cu a ttrova sa pigghia.
- Iu parru e tu Cola mi sienti.
- Cada sempri additta comu e atti.
- Chi nnicchi nnacchi?
- Tagghiàri bruòcculi.
- Chiàcchiri ca nun ghìnchinu panza.
- Nun sugnu saccu ca mi divacu.
- Cu nun u canuscia caru u ccatta.
- Curra quantu vuoi ca ccà t'aspiettu.
- Curtu e malu cavatu.
- Campari di pizzu e malandrinaria.
- Finìu a tri tubi.
- Finìu a fietu.
- A schifìu finiscia.
- Arra cu arra e 'nsiemula cche tuoi.
- Iu de piedi mi curcu.
- Ppi nun sapiri nè leggiri nè scriviri...
- A mìa cu mi cciammisca nni sti cientu missi?
- Datimi un sordu ca mi cciammiscu.
- Baraffè!
- Malaparra ziu!
- Pò stari quantu un Cristu nni na chiesa.
- Nun cianciu ca me figghiu perza, cianciu ca si vola rifari.
- Priedica pridicaturi co sceccu è nno lavuri.
- Perza i muli e va circannu i capistri.
- Triulu i casa e spassu i vanedda.
- Triulu ppì triulu, mi tiegnu a me maritu ch'è diavulu!
- Se a furtuna ni vulissa aiutari
avissa a moriri vuostru maritu e me muggheri.
- O juornu nu nni vuogghiu e a notti sfardu l'uogghiu.
- U picca m'abbasta e u 'ssai m'assupèrchia.
- U sceccu a porta e u scuccu sa mangia.
- Iri a ligna senza corda.
- Mutu cu sapi u iuocu!
- Quant'aiu ccà aiu a Palermu.
- Puddicinieddi miei di trenta siti siei.
- E' cchiù facili ca u puorcu acchiana a 'ntinna...
- Ci sta comu u formaggiu nne maccarruna.
- Si 'nfilau comu u vermi nno formaggiu.
- Si 'nfilau nna tana e ficia comu o rizzu.
- Bedda, ppì cu manca?
- Ci ficia diri mmalidittu i quannu fu.
- Arristau cche ita scacciati.
- Vinìticci quannu 'un ci sugnu.
- Iddu fa i manichi e iddu fa i lanceddi.
- Comu ma canti ta suonu.
- Na vota all'unu a cammisedda nova.
- Na malafiura è un sordu.
- Tanti cani supra un uossu.
- A terra u ficia e u cielu u scacciau.
- Trasìu nna casa e Gesù e 'un nescia cchiù.
- Abballa cche manu e cche piedi.
- Ammucca passuluna!
- Eh, mmucca lapuna!
- Facci di bùmmulu crudu.
- Aviri u cravuni vagnatu.
- Comu o monicu da Valonga
cco mrazzu curtu e n'autru luongu.
- Quannu camina pàrica scarpisa ova.
- Camina e abballa.
- Chiova a ssuppa viddanu.
- Ci custàu quantu un figghiu parrinu.
- Ci detta a botta o mastru.
- Facìa comu o ciciru o crivu crivu.
- E' cchiù lisciu do 'ncuoddu i buttigghia.
- E' lisciu comu a purciddana.
- Mi cadieru anedda ma no i iditedda.
- Facimu comu ficiru antichi.
- Sputa e jètta.
- Trasi marbi e niesci spini.
- Vattìnni diavulu a missa.
- Mi fazzu a cruci ccà manu manca.
- Và ccircannu a casa o sinnicu.
- U patri sinnicu e u figghiu putiaru.
- Si ittàu di chiattu.
- Panza e prisenza.
- Senza diri nè zù e nè schì...
- D'unni vota vota tunnu.
- A chiavi o cintu e u pagghiaru si arda.
- Nu nni mangia mancu a bruodu.
- Si pigghia u itu cu tutta a manu.
- Ammucciari u suli ccò crivu.
- Do scantu i ammi ci fanu quazetta.
- D'ogni pilu nni fa un travu.
- E tiempi de canonici i lignu.
- Si misa l'acqua intra e u cuntaturi fori.
- Tu ccu na manu e iu ccu tutti dui.
- Appizzàu l'asinu e u turututù.
- Purtari a straula o chianu.
- C'è cchiù di unu e n'autru.
- E chi sù pidati di patri e miedicu?
- Cu ma dari a mà mi duna a figghia.
- Unni trenta trentunu.
- Bonè bonè.
- Mancu mali.
- 'Mpuntari i piedi comu o cunigghiu.
- Spara macari e zizì.
- Nn'aiu pp'amici e ppè parienti.
- Pizzu avanti furnu.
- Quant'è ladia! Para a mara e Bronti!
- U strolicu 'i Agghiànu parràu.
- Appizzari i scagghiuna.
- A uocchiu, mastru finuocchiu.
- Diciannovi sordi ccu na lira.
- T'attocca u bicchieri!
- A du piennuli va a racina!
- Unni a siccu e unni a saccu.
- Unni vida e unni sbida.
- Sunamu ca murìu n'atru.
- Nenti c'è ppà atta.
- Cchiù gghiàncu vena u pani!
- Cchiù gghiànca vena a farina!
- L'uocchi chini e i manu vacanti.
- Acqua e sali ppè maàri.
- Bastica c'è a saluti.
- Ppi mancanza di munita mastru Santu nun si marita.
- Tra u duru e u maturu.
- Cadìu de piedi i Cesiri.
- Ppì facci farìa.
- Si fa bellu cca rroba e l'autri.
- Cc'àiu mangiatu ca vuògghiu vìviri.
- Acqua davanti e vientu darrieri.
- Acqua currenti vìvicci cuntenti.
- Aiu e nun aiu, pussiedu e nun tiegnu.
- Uomini uminicchi e quaquaraquà.
- Vista u curtu malu pigghiatu.
- Tanti armali e tanti cristiani.
- Cci chioppa nno bummulu.
- Oh, babbu da Varanna!
- Babbu di l'ova.
- A vò 'mmuccata cca cucchiaredda?
- Arrivau u patruni do fesi!
- Si senta u patruni do pastificiu.
- Ccà tutti cco 'ncrivu cirnimu.
- A campana fa 'ndindò e tu fatti l'affari tò.
- Figghi e 'mpitigghi.
- Ci ficia vidiri a monica nnò specchiu.
- Ci ficia allungari u cuoddu comu o pipìu.
- Pigghia 'ntruscia e porta a casa.
- 'Nzocchi avi a menti avi o denti.
- 'Nzocchi a vecchia vulìa 'nsuonnu ccìa.
- Quant'è spacchiusu! Sputa do sciancu!
- Comu nascia si cunta.
- U forti è partiri.
- Comu accumincia si nni và.
- Sceccu di issaru.
- Sceccu carricatu i furtuna.
- Unni vidi virdi và.
- Mastru Pietru fa i piccati e Nunziedda fa i diuna.
- Paparedda e Cucinedda supra a casa di Giuannedda.
- Ad idda ad idda ch'è morta Maria!
- Scattìa e ammutta...
- Avi u mali a petra.
- Sta misu comu u diavulu darrieri l'artaru.
- A chi è da testa a chi è de piedi.
- Và ppi farisi a cruci e si cava l'uocchi.
- Và sbrogghia sti nnummira!...
- Giriàrisi tutti i sepurchi.
- Ci ittàu a cuòppula.
- Si 'ncarcàu a birritta.
- Mora Sansuni ccu tutti i Filisdèi!
- Mora Sansuni ccu tuttu u cumpagnuni!
- Ti sistiemu ppè festi e ppè simani.
- Paradisu e terra forti.
- Margarita, Margarita, di chi vena a 'Scinsioni?  -Di juovi!
- Fanu comu l'armi de peni.
- Fa comu n'arma e priatoriu.
- C'è cchiù tiempu ca minnulicchi.
- Ci su cchiù jorna ca sazizza.
- Unni sta iennu cco sceccu?
- Vòtila ca s'abbruscia.
- Ci finìu comu o surgi nnall'uogghiu.
- Nni ficia minnitta.
- Nun si pò fari un uocchiu a na pupa.
- Cumanna quantu u dui nna briscula.
- Cumannàti tu e Pràzzitu!
- Fa dibiti, fa debiti, nun ti fari malappàtiri.
- Nè iddu nè atru, comu u cani i l'urtulanu.
- E chi aiu l'arbulu co cutuòlu?
- Unni u mettinu sta.
- Viesti zuccuni ca para baruni.
- Sta beni e si lamenta.
- Addàtta e ciància.
- Assai ti nni sta pigghiànnu do chianu.
- S'azzùffinu ppa muggheri do vicariu.
- Aviri vuci 'ncapìtulu...
- E' unu 'ntisu.
- Avi setti spiriti com'e atti.
- Chi ti detti e chi mi dasti.
- Pigghiàrisi i uvita a muzzicuna.
- Muzzicarisi i ita.
- Quannu vena Pasqua nna maiu.
- Cca ssutta nun ci chiova.
- Abbagnarisìcci u pani.
- Cruci, cruci, cummari Marì.
- Avi na testa, ca se nun si ccia vola u vientu...
- Avi a testa bona sulu ppi fari piduocchi.
- Amuri e bruodu i chiappiri.
- N'avi figghi e ciancia niputi.
- Ppi facci farìa.
- Cerca u travagghiu e prega a Diu do nna ttruvari.
- Giuanninieddu addùa l'uomini e appò s'addùa iddu.
- Petra c'è nna linticchia...
- Sugnu carusu e gghiuòcu.
- Cu si susa perda u puostu.
- Niuru cu niuru 'un tingia.
- Pigghiamu e addumannamu.
- Cchiù penna e cchiù renna.
- Acchiana mura lisci comu e crapi.
- Ci sta fannu nesciri i piedi i fori.
- Stari ccu du piedi nni na scarpa.
- Cu campa a cunta.
- Nun sia ppi cumannu.
- Bedda matruzza.
- Uorbu di l'uocchi.
- Acciungàri unni tuoccu.
- Botta di sangu!
- Botta d'acitu!
- Mmizzica!
- Se n'è veru pozzica è veru.
- Mancu e cani.
- Chi fai babbì!?
- Uàrda di mali.
- Fori d'ognedunu.
- Scanzàtini.
- Cu rispiettu parrannu.
- Nun disprizzannu.
- Sarbannu i bieddi facci.
- Sarbannu l'oru c'àiu davanti.
- Rivirenti parrannu...
- A tinchitè.
- Vinna u tiempu de mali vistuti.
- Parra picca e sienti assai.
- I poviri s'ammazzinu e i patruna s'abbrazzinu.
- Augghi e pezzi cangiu, chiddu ca vuscu mu mangiu.
- Comu o surbizu do vuiaru lientu,
ca si nna fari unu e si nni fanu cientu.
- Bona sarbata, malu circata.
- Inchia a panza e ìnchila di spini.
- Ci nn'è uogghiu nne giarri.
- Ccìu u vugghiu i fori.
- U priezzu n'ha diri, ca a stoffa a canuscimu.
- Se nun fussa ppi stu iri e stu viniri,
nu spassu mi parissa u caminari.
- M'aiu giriatu l'Arca e la Merca.
- Annàchiti.
- I chiacchiri su chiacchiri, ma u putiaru vola i picciuli!
- Chiacchiri e tabaccheri i lignu u munti i Napuli nu nni 'mpigna.
- A casa e Patre e Ssantu a chi è china a chi è vacanti.
- O sabitu simu junti, lesti i manu e luonghi i punti.
- Salutamu e cacciamu.
- Se l'acqua nun era bona, nun si tivava i ponti di Raona.
- Quannu chiova ci metta l'acqua e addini.
- Cu nun crida a me dulìa, a so festa cumannata 'un sia.
- Carusu cco vastuni e viecchiu cco zappuni.
- Mi vola beni Diu e de santi 'un mi nni curu!
- Ad arbulu cadutu accetta accetta...
- Gesuzzu!
- Bon prudu e zùcchiru!
- U Signuri tu renna.
- Se piacissa.
- Sabbanadìca.
- Sabbanadica e cchiù ranni e se piacissa e cchiù nichi!
- Santu e riccu e chinu di virtù.
- Voscenza sabbanadìca.
- Pensa a saluti!
- Tiempu va e tiempu vena, u miu passa e u to vena...

 


Cap.XII
Tri tri trentatrì...
ovvero 
Filastrocche, giochi infantili e rime popolaresche.

I giochi infantili venivano spesso accompagnati da filastrocche.
Una delle più famose era quella che accompagnava il gioco chiamato "all'una sugnu sulu", variante locale del più conosciuto "saltacavallo".

All'una sugnu sulu
e dui sugnu ccu vui
e tri turulì
e quattru Zu Bartulu
e cincu fiammiferi
e siei lumeri
e setti trummetti
all'uottu panicuottu
e novi ficudinni a spagnola
e deci scardeci
all'unnici un saccu 'i pulici
e dudici un saccu 'i cimici
e tridici un saccu 'i fuorfici.
Alle quattordici metto la sella al mio cavallo
alle quindici me la riprendo
alle sedici do un pugno al mio cavallo
alle diciassette do un pugno e un calcio al mio cavallo
alle diciotto do due pugni e un calcio al mio cavallo... 

e via di questo passo, tra pugni e calci al povero e sicuramente incolpevole cavallo, fino alle ventiquattro. Chissà poi perchè mai, a partire dalle quattordici, la filastrocca diventava in lingua italiana. Il gioco comunque si concludeva con quest'altra tiritera:

Tri tri trentatrì
setti fimmini un tarì
u tarì è stralucenti
setti fimmini e u serpenti
u serpenti avi la cuda
setti fimmini e la mula
e la mula etta cauci
setti fimmini e la fauci
e la fauci è curta e china
setti fimmini e la tina
e la tina è china d'acqua
setti fimmini e la vacca
e la vacca cciavi i corna
setti fimmini e la donna
e la donna avi li trizzi
setti fimmini e i biddizzi
i biddizzi sù attaccati o muru
tricchi tracchi ti fa u culu.

La filastrocca che segue costituiva la parte iniziale di un gioco basato sullo scatto e la velocità, come la maggior parte dei giochi infantili. Il gruppo dei partecipanti, prendendosi per mano, formava un cerchio; uno dei bambini, estratto a sorte, girava attorno e cantava questa filastrocca, fino a quando non decideva, all'improvviso, di dare un pugno sulla spalla di uno dei compagni e scappava. Quello colpito doveva correre a sua volta nella direzione opposta e cercare di rientrare per primo nel posto lasciato vuoto.

Curucutugnu ti dugnu un pugnu,
a ccu dugnu a ccu dugnu,
u dugnu a me muggheri
ch'eni figghia do cavalieri.

Due bambini univano le loro mani in modo da formare una sorta di trono, vi facevano sedere sopra un terzo bambino e lo portavano in giro cantando: 

'Ncinci 'ncinci tedda
u pani a fedda a fedda
u mittimu nna padedda
e facimu na bedda uastedda.

Per costringere dei bambini a stare zitti, li si diffidava con la seguente minaccia:  

Sutta 'o liettu da za Cicca
c'è na cosa sicca sicca:
cu parra u primu sa va licca.

Ma loro tentavano di neutralizzare la diffida così:

Aiu i chiavi do Saramentu
e puozzu parrari ogni mumentu.
Aiu i chiavi do Sarbaturi
e puozzu parrari ogni ura.

Seguono adesso delle strofette che accompagnavano giochini destinati a bimbi molto piccoli, che solitamente, durante il gioco, venivano tenuti in grembo.

E jucamu a li cirimiddotti
ti li dugnu nni  li otti.

Nel dire così ci si dava reciprocamente dei leggeri buffetti in viso.        

Travi travinu
botta di vinu
vinu acitusu
...è tignusu, tignusu, tignusu.

Prima di dire "è tignusu, tignusu, tignusu," si diceva il nome del bambino e gli si faceva il solletico per farlo ridere. 

Susu jusu munachieddu
unni sta porta e purtieddu?

Tenendo le mani dietro la schiena si nascondeva qualcosa in una delle due e si invitava il bimbo ad indovinare dov'era.

Ecco adesso due "conte", filastrocche che servivano a determinare chi doveva iniziare un gioco.


Pedi pidali
ccu  setti papali:
papali unu
papali dui
papali tri
papali quattru
papali cincu
papali siei
papali setti
papali uottu
acci radici e biscuottu.
      
Trizzi trizzi, tri Maruzzi,
Tri surelli stanu 'ncasa.
Una prea a Santu Vitu
ppi pigghiari un buonu zitu.
Buonu zitu è Cucurucù,
nescia fori e cunta tu.

Alla fine della seconda guerra mondiale, ricordo che i bambini cantavamo queste due ingenue strofette, chiaramente ispirate alla tempesta appena passata.

Arzira avant'arzira
passau n'aeroplanu
di sutta c'era scrittu
Marianu u tabaranu.
Apparecchiu miricanu
etta i bummi e si nni và
si nni và a Milanu
a pigghiari a me zu Tanu.

Quella che segue, invece, ha origini più lontane, forse alle guerre coloniali o forse alla prima guerra mondiale.

Dumani è duminica
tagghiamu a testa a Minica
Minica nun c'è
a tagghiamu o re
u re è malatu
a tagghiamu o surdatu
u surdatu è a fari a uerra
panza all'aria e culu 'nterra.

E questa era la ninna nanna più diffusa ad Agira.

Ninnaò ninnaò
duormi figghiu e fai la ò.
Ma se stu figghiu nun vola durmiri,
naticateddi quantu nn'aviri!
E nn'aviri cincucientu,
figghiu d'oru e figghiu d'argentu.

Le filastrocche avevano contenuti diversi. Il più delle volte avevano un carattere scherzoso, ma non era infrequente che indugiassero su qualche riflessione più profonda o amara. Alcune nascevano in modo spontaneo, durante i giochi dei bambini, altre quasi sicuramente erano opera di qualche rimatore naif.

Tabaranu ìa a la scola
ppì 'nsignarisi a parola,
ppì la rrata perza a pinna,
babbu iu e babbu vinna.
Cicciu Bacchetta
lassau a porta aperta
trasìu un puddicinu
e si mangiau u mannarinu.
Na vota c'era Tota
ca sunava a contrabbota.
Facìa turututù
u cchiù babbu ci sì tu.
Sugnu cumpari do pidicuddu
quannu mangiu 'un canusciu a nuddu;
quannu lievu di mangiari
siti tutti me cumpari.
       
Na sarma siminai e na sarma ficia:
tinìtimi se no ci dugnu luci.
Mistura minticcinni na visazza,
cònsila comu vuoi sempri è cucuzza!
U principi di Patti
manna a Napuli ppì piatti.
Chi mànchinu piatti a Patti
ca u principi di Patti
manna a Napuli ppì piatti?
Tri rritti sciaschi
intra tri rrittissimi sciaschi.
 Stari a tavula e 'un mangiari
stari a liettu e nun durmiri
aspittari e nun viniri
su tri peni di muriri.
Cchè zuoppi 'un ccia ballari
cchè checchi 'un ci cantari
e cchè babbi 'un ci babbiari.
Du uri dorminu l'amanti
quattr'uri dorminu li santi
se uri dorminu i studenti
ott'uri dorminu li genti
deci uri dorminu i gnuranti.
U pedi ca troppu annau,
iddu fitìu e iddu sciarau
ma a malanova a casa purtau.
Quannu da vutti mia curria lu vinu
tutti l'amici miei currianu o chianu,
ora ca a vutti mia nun curra cchiù
tutti l'amici miei m'abbannunaru.

E sentite come sono belli, nella loro semplicità, questi indovinelli.

Nnumina nnuminagghia:
cu fa l'uovu nna pagghia?
Pensa e ripensa beni:
a soggira 'e to muggheri chi ti vena?
Se 'nsierti chi puortu,
ti nni dugnu na rappa!

Quando un programma va a monte, c'è sempre qualcuno che prontamente si ricorda del seguente modo di dire. Si riferisce ad uno degli episodi di cui è ricca l'aneddotica tipica delle "guerre di campanile". Pare che un anno i Troinesi avessero sbagliato a fare il calcolo della Pasqua; e l'avrebbero sicuramente festeggiata una settimana prima, se il sindaco, accortosi dell'errore, non avesse emanato un bando di contrordine.

Ppi ordini d'o sinnicu 'i Troina
cu a cucinatu mi scucina
ca n'è Pasqua stamatina.

Alcuni scioglilingua utilizzavano un linguaggio grossolanamente allusivo o esplicitamente sboccato. Provate a ripetere velocemente questi due e vedrete che quasi certamente incorrerete, vostro malgrado, nel turpiloquio.

Darrieri 'o me palazzu
c'è un cani pazzu:
tè pazzu cani
stu piezzu di pani.
Tanti cunigghi nni na cunigghiarìa,
tutti vulìanu cunigghièri a mia

ùE per finire una favola. Con tanto di re, bella principessa e giovanotto brutto ma intraprendente, il quale, malgrado il divieto del re, alla fine la sposa. Con tanto di lieto fine, insomma, come nelle favole. Solo che questa ha una particolarità: è una filastrocca con intercalari rimati che danno origine ad assonanze molto musicali. Sentite. 

C'era na vota nu re
befè viscotta e manè
c'avia na figghia
befigghia viscotta e manigghia.
Sta figghia
befigghia viscotta e manigghia
avìa n'uccellu
befellu viscotta e manellu.
Stu uccellu
befellu viscotta e manellu
un juornu vulau
bafau viscotta e manau.
Allura lu re
befè viscotta e manè
ittau nu bannu
befannu viscotta e manannu.
Cu trova l'uccellu
befellu viscotta e manellu
ci dugnu a me figghia
befigghia viscotta e manigghia.
Partiu un tignusu
befusu viscotta e manusu
e pigghiau l'uccellu
befellu viscotta e manusu.
Ccà c'è l'uccellu
befellu viscotta e manellu
vuogghiu a so figgia
befigghia viscotta e maniggia.
Vattinni, tignusu
befusu viscotta e manusu,
ti dugnu a me figghia
befigghia viscotta e manigghia?
E iu mi puortu l'uccellu
befellu viscotta e manellu
e u fazzu vulari
befari viscotta e manari.
Allura so figghia
befigghia viscotta e manigghia
ci dissa a lu re
befè viscotta e manè
Mi spusu o tignusu
befusu viscotta e manusu
pp'aviri l'uccellu
befellu viscotta e manellu.
Iddi arristaru felici e cuntenti e niautri scauzi e senza nenti!

Cap. XIII
Ccu Gesu mi curcu, ccu Gesu mi staiu...
ovvero
Devozioni, raziuneddi e giaculatorie.

Col termine raziuneddi, letteralmente preghierine, si  indicavano tutte le preghiere, dalle devozioni quotidiane che ogni buon cristiano recitava la mattina al risveglio e la sera prima d'addormentarsi, alle invocazioni per cercare aiuto e conforto nelle circostanze difficili della vita. C'erano raziuneddi per tutto: per propiziarsi la salvezza dell'anima (sembra, a giudicare dalle numerose raziuneddi arrivate sino a noi, che i nostri antenati fossero letteralmente ossessionati dalla paura di morire improvvisamente nel sonno e di non trovarsi in grazia di Dio) e per scongiurare le tentazioni del maligno; per chiedere un buon raccolto e per invocare la pioggia, che non arrivava quasi mai quando ci voleva.
Si tramandavano oralmente: le nonne e le madri le insegnavano ai più piccini. In ogni famiglia solitamente erano le donne le più pie; erano loro che con più fede si rivolgevano a Dio per chiedere di tutto. Il tutto dei poveri, si capisce, la salute e il necessario.
E c'erano raziuneddi un pò più "speciali"; come quando, per esempio, bisognava invocare la guarigione da una strana malattia o cirmari i vermi al bambino febbricitante; quando bisognava massaggiare una sfilatura o si voleva allontanare dalla casa il malocchio. Il malocchio soprattutto, che, tra i mali temuti, era forse quello che più faceva paura. Chi era persuaso di esserne rimasto vittima, infatti, finiva quasi sempre per ammalarsi veramente, non solo, ma poi addossava la responsabilità dei suoi guai al proprio nemico, o a qualche incolpevole poveraccio, che nessun'altra colpa aveva se non quella di esser considerato, forse soltanto a causa di un aspetto non proprio ridanciano, un menagramo, ittaturi e cuccu, come si diceva. L'influenza del malocchio risultava tanto più malefica, in quanto al male reale si aggiungeva una carica di odio e di sospetti che finiva per provocare altro odio e spesso ingiustificate vendette. Una strana malattia, una caduta rovinosa, una figlia da marito che non riusciva a trovare uno straccio di pretendente, persino una sposina che non riusciva ad avere un figlio; o anche soltanto un geranio che senza una ragione all'improvviso appassiva, un banale mal di testa, un animale che si ammalava, erano tutte disgrazie che quasi sempre venivano imputate all'ucchiatura di un vicino malvagio o di un amico invidioso.
Solo pochi, soprattutto anziani, meglio se nasciuti di vènniri, conoscevano e potevano recitare questo tipo di raziuneddi, veri e propri scongiuri che appartenevano, come si può ben capire, più alla sfera della magia che a quella della religione. Ma chi può con assoluta certezza delimitare e riconoscere, nelle pratiche religiose popolari, il discrimine tra religione e superstizione, tra rito sacro e magia?
E c'erano poi le preghiere liturgiche, quelle che accompagnavano i riti delle principali solennità religiose dell'anno, come Natale e Pasqua, per esempio.
Ricordo che a Natale la novena si faceva di mattina prestissimo. Ci alzavamo che ancora albeggiava. Dalle piccole case abbracciate le une alle altre e illuminate debolmente dall'incerta luce dei lumi a petrolio o dalle prime lampadine elettriche accese con parsimonia, sciamavano i piccoli gruppi sonnolenti, le donne col fazzulittuni nero in testa e i bambini coi miseri cappottucci striminziti, per recarsi in chiesa.
Nelle orecchie, assordate e sopraffatte da mille rumori e incapaci ormai di percepire il silenzio, a malapena la nostalgia riesce a restituirmi le note delle tante nenie che allegravano le lontane novene mattutine della mia infanzia. 

Cantamu e ludamu
lu viva cantamu
cantamu e ludamu
lu viva Gesù...

E come ci brillavano gli occhi quando, durante la messa di mezzanotte, nella chiesa gremita, in mezzo ad una profumata nuvola d'incenso, cadeva finalmente il velo, oltre il quale senza risposta si erano spinte le nostre ingenue domande e le nostre fantasiose supposizioni, ed ai nostri occhi innocenti appariva, come una grande speranza, il meraviglioso sorriso di un  Bamminièddu ricciuto!
Oggi del natale si è impadronita la nuova civiltà bottegaia, che solo per abitudine o per calcolo continua ancora a definirsi cristiana. E semmai un bel bambino ricciuto appare ancora ad allietare i nostri natali, è soltanto un bambino che alla televisione fa la pubblicità ad un panettone.
Non meno belli e suggestivi erano i riti della Settimana Santa. Dalla Domenica delle Palme al giorno di Pasqua il paese si animava. Vuoi per quel continuo via vai di fratelli dai costumi colorati per le strade, vuoi per la grande quantità di gente che affollava le numerose chiese (tra grandi e piccole ad Agira se ne contavano almeno una trentina nei primi decenni di questo secolo); un pò per quel diffuso profumo di cassateddi appena sfornate, e un pò forse anche per i primi tepori della primavera che finalmente tornava, fatto sta che per tutto il paese si respirava un'aria di grande festa.
Era comunque nella solenne e toccante processione del Cristo Morto, la sera del Venerdì Santo, che i riti religiosi raggiungevano il loro culmine massimo. Praticamente vi partecipava tutto il paese. In un clima di compunta compostezza e di silenzio lunare, la lunghissima processione si snodava dal Salvatore fino al Calvario. Davanti le confraternite. Fino a prima della guerra se ne contavano più di una decina, dai nomi che evocano un medioevo da noi mai completamente finito: a Madonna 'e l'Autu, a Cuncizioni, i Rusarianti, Santu Roccu, San 'Micienzi, a Morti, San 'Mrasi, San Giuanni, u Priatoriu, u Nomu i Gesu... Sfilavano secondo un ordine sancito da un protocollo vecchio di secoli e rigoroso, la cosiddetta vitiddina; davanti quelle di più recente costituzione, dietro le più antiche. Si racconta che quando u Tammulettu era ancora davanti alla vecchia caserma dei carabinieri, i primi fratelli avevano già fatto il giro attorno alle croci del calvario!
Ogni tanto, nel silenzio mestissimo, rotto solo dal rullìo funereo di un tamburo, o dal suono legnoso delle truòcculi che si facevano l'un l'altra eco in mezzo alla folla strabocchevole, si sentiva una voce che a passa parola arrivava fino alla testa del serpentone di torce a vento e che perentoriamente intimava: Ferma! Trentatre fermate si facevano, quanti erano stati gli anni di vita del Signore. Un breve attimo di sosta e poi di nuovo la stessa voce comandava: Avanzuliàmu fratelli! E il corteo ripartiva.
Agli angoli delle strade capannelli di giovani, al passaggio del Tammulettu e dell'Addolorata, intonavano u popula meu...
In questa raccolta ho voluto trascrivere soltanto raziuneddi di devozione e di fede. Preghiere semplici, le preghiere degli umili, testimonianza di una religione che conforta, aiuta, dà speranza nel bisogno, risolve piccoli problemi quotidiani. Il destinatario è uno potente, ma non come certi potenti di questo mondo, come i padroni delle terre, per esempio, superbi, arroganti e irragiungibili, che si facevano dire voscènza sabanadìca e alla fine di un anno di lavoro durissimo nelle loro terre ti rimandavano a casa con le pezze nel culo, cca pala e u tridenti, come si diceva. No, no. Lui è uno vicino, un amico, uno al quale si dà del tu, uno al quale si può chiedere tutto. Praticamente l'unico potente che sta dichiaratamente dalla parte dei poveri. Almeno così da sempre hanno creduto i poveri.
Sono le preghiere di mia madre, di mia nonna, e di chissà quante altre madri e altre nonne. Sono le preghiere che hanno accompagnato tante delle interminabili serate d'inverno della mia infanzia, quando, assieme alla carbonella nel braciere, si spegnevano i miei occhi e la mia testa ciondolava pericolosamente ora da un lato ora dall'altro, appesantita dal sonno irrefrenabile.
Finchè si spegnevano anche le ultime invocazioni della litania alla Madonna. Allora mia madre mi accompagnava a letto, prendeva la mia mano tra le sue e mi aiutava a fare il segno della croce. Ccu Gesu mi curcu, ccu Gesu mi staiu, siennu ccu Gesu paura nun aiu...

Iu mi curcu nni stu liettu
ccu Maria supra lu piettu.
Iu duormu e Idda vigghia,
si c'è cosa m'arrisbigghia.
 Ccu Gesu mi curcu, ccu Gesu mi staiu,
 siennu ccu Gesu paura nun aiu.
 
 Iu stasira mi curcu sula,
 m'accumpagna a Bedda Signura;
 mi 'ncucciuna cco so mantu,
 Patri, Figghiu e Spiritu Santu.
 U cuorpu dorma, l'arma vigghia,
 scinna l'angilu e si la pigghia.
 Ora chiuiu la porta mia
 ccu lu mantu di Maria;
 intra a porta e fori a rocca
 nun c'è nuddu ca mi tocca.
 Quannu mi curcu mi fazzu la cruci
 chiamannu a lu Signuri a forti vuci;
 appò mi vuotu cco figghiu di Maria
 e sia raccumannata l'arma mia.
 Tuttu lu munnu di piccati avissa,
 cca Vergini Maria mi cunfissassa,
 l'angilu a lu capizzu mi starrissa
 ca l'arma a Gesù Cristu la purtassa.
 Cusà di cca a n'autra ura iu murissa,
 corchi piccatu mill'a riurdari:
 a scutta fazzu di li me piccati,
 mmiatissimu e santu me Signuri.
 Pigghiti st'arma mia mentri trapassu,
 e scaccia lu nimicu Satanassu.
 E siddu vena mentri ca trapassu
 Gesù lu fa scacciari di lu cielu:
 Vattinni di diccà, luntanu arrasu!
 Iu mi curcu. Mi curcai
 e quattru cosi addumannai:
 cunfissioni, cuminioni,
 striminzioni e uogghiu santu.
 Patri, Figghiu e Spiritu Santu.
 Nnì stu liettu mi curcai
 quattru angili attruvai:
 dui da testa, dui de piedi,
 e nno mienzu u Signuri Diu.
 Iddu mi dissa, Iddu mi scrissa
 ca la cruci mi facissa.
 
 Iu mi curcu ppì durmiri,
 ma nna notti puozzu muriri.
 Se nun truovu u cunfissuri,
 pirdunatimi, Signuri.
 
 Bedda Matri di la Razia
 cunciditimi sta razia.
 Ppì li quinnici razioni
 ca liggistivu nna passioni,
 ppì li quinnici scaluna
 c'acchianastivu a dda ura,
 ppì lu Figghiu c'aviti 'mmrazza
 cunciditimi sta razia.
 O Bedda Matri vi viegnu a priari
 ca vuorru figghiu stu tiempu 'a carmari.
 Mòriri vuogghiu com'e cristiani,
 ccu l'ordini do Santu Saramentu.
 
 O Madunnuzza di Munti Sirratu
 a tutti banni atu firriàtu,
 ma nni sta casa nun cciatu vinutu.
 Viniticci ora e datimi aiutu.
 Santa Cruci biniditta
 di cu fustivu adurata?
 Di Giuànni e Mandalena
 e da matri Addulurata.
 Idda prea lu so figghiu
 ppi mannari a bona annata.
 A bona annata fu mannata.
 Oh, Cuncetta 'Mmaculata!
 O Santissimu Cce Homu
 quant'è bieddu u vuostru nomu,
 ppà curuna c'aviti 'ntesta
 carmati sta timpesta.
 
 Arma mia statti avirtenti
 ca ppi tia muriu Gesù.
 Sutt'o pizzu d'Alivedda
 c'è u diavulu 'ntantaturi:
 quant'è ladia a so fiùra
 fa scantari ogni criatùra.
 Ma tu, chi ci dirrai?
 Bruttu diavulu, vattinni di ccà,
 tu ccu mia nun cciai chi fà,
 pirchi o juornu i Santa Cruci
 dissi milli voti Gesù, Gesù, Gesù...
 Quannu caminu 'ncielu talìu:
 miegghiu muriri c'affenniri a Diu!
 Patriarca San Giuseppi
 i vuorri razi sunu setti:
 avanti c'agghiorna e scura
 facitiminni una.
 Patriarca San Giuseppi affurtunatu,
 patri di Gesu e spusu di Maria,
 di tutti i santi siti accumpagnatu.
 De razi vuostri una nni vurria:
 viniti o liettu quannu su malatu,
 quannu curtu mi nescia lu me sciatu,
 Gesuzzu vena, Giuseppi e Maria.
 
 Prutitturi san Fulippu,
 siti santu mmiraculusu:
 sta jurnata n'a passari
 ca m'aviti a cunsulari.
 San Fulippu, San Fulippu,
 cuorpu santu e binidittu,
 chista casa è muntuvata,
 nun ci pò lu mmalidittu.
 Dintr'a casa e ppì la via
 c'è la Vergini Maria.
 San Fulippuzzu chiuviti chiuviti,
 ch'e lavuredda sù muorti di siti.
 -Armuzzi biniditti unn'è ca siti?
 -Unn'è ca vola la Divinitati.
 -Faciti i cosi giusti e ci viniti,
 viniti a diri unn'è ca v'attruvati.
 Santa Barbaredda e Santu Cuonu,
 scanzatini di lampu e truonu.
 Rusalia supra lu munti
 ca cuntava i belli cunti.
 U dimuoniu ci dicìa:
 "và marìtiti, Rusalia!"
 "Sugnu bedda maritata,
 ccu Gesù sugnu spusata;
 e la parma e la curuna
 c'è Gesuzzu ca ma duna!"
 
 Sutta un pedi di nucidda
 c'è na naca picciridda;
 si cciannaca lu bamminu,
 san Giuseppi e San Jachinu.
 Lu canuzzu fa babbàu,
 l'acidduzzu fa cicìu:
 bellu dormiri ca fa Diu!
 Bamminieddu abballa abballa
 ca lu chianu è tuttu u tò;
 unni posa u to piduzzu,
 nascia menta e vasilicò.
 O Bamminieddu di Cartanissetta,
 ca tuttu u juornu faciti quazetta,
 facitiminni un paru a mia
 ca vi dicu na vimmarìa.
 O Bamminieddu di Cartagiruni,
 ca tuttu u juornu faciti turruni,
 datiminni un piezzu a mia
 ca vi dicu na vimmarìa.
 
 Ludatu sempri sia,
 lu nomu di Gesù, di Giuseppi e di Maria.   


I Misteri del Rosario
 
 Misteri Gaudiosi

- Diu ti manna l'ambasciata
  ca di l'angilu è purtata:
  di lu figghiu di Diu Patri
  già, Maria, sì fatta matri.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.
-  Tu ti 'nnisti ccu gran fretta
   'ncasa 'e Santa Elisabetta.
   San Giuanni n'era natu
   e fu ppi tia santificatu.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.
-  'Nni n'affritta mangiatura
   parturisti, o Ran Signura,
   a Gesuzzu binidittu,
   'mmienzu 'o voi e u sciccarièddu.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.
-  Comu all'autri fimmineddi,
   piccatrici e puvurieddi,
   nni la chiesa tu t'innisti
   e lu figghiu a Diu cci offristi.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.
-  A Gesuzzu tu pirdisti:
   u circasti e u ritruvasti
   ca 'nsignava la dottrina
   ccu sapiènzia divina.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.


 Misteri Dolorosi

-  Gesù all'uortu si dispona
   pp'iri a fari l'orazioni;
   e pinsannu a lu piccatu,
   sangu veru Diu ha sudatu!
 O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.
-  A Gesuzzu su pigghiaru,
   u spugghiaru e u ttaccaru.
   Appa tanti vastunati
   e i so carni fragillati.
 O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.
-  Fu ppì juocu 'ncurunatu,
   e ccu na canna sbriugnatu.
   Chi duluri 'ntesta prova:
   fuoru spini com'e chiova!
 O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.
- A muriri è cunnannatu
   comu 'on latru scialaratu.
   A so cruci 'ncuoddu porta,
   nuddu c'è ca lu cunforta.
 O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.
-  Alla vista di so Matri
   Crucifissu ccu dù latri,
   mora a forza di dulura
   u me caru Redenturi.
    O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.


 Misteri Gloriosi

-  Cristu già risuscitau
   di la morti triunfau.
   Comu un re già triunfanti
   scarzarau li Patri Santi.
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.
-  E duoppu quaranta jorna
   Gesù Cristu 'ncielu torna.
   E Maria cche sò amici
   si l'abbrazza e binidici.
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.
-  Deci jorna già passaru
   ca l'Apustuli priaru.
   Maria 'nterra si trattinna
   fina co Spiritu Santu vinna.
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.
- Vinna l'ura di partiri
   e Maria 'ncielu iu a gudiri.
   O chi bedda sorti fu
   ìrisi a godiri a Gesù!
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.
-  Maria 'ncielu triunfau
   ccu arma e cuorpu 'ncielu annàu.
   'Ncurunata fu Rigina
   di la Trinità Divina.
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.

Conclusione


Ringrazio tutti coloro, tantissimi, che mi hanno aiutato a ricordare.
I colleghi della mia scuola, innanzitutto, ai quali mi lega un vincolo di reciproca stima e di affetto, che la quotidianità rende sempre più saldo.
I vecchi amici di sempre, compagni consueti di tanti lunghi e oziosi pomeriggi al circolo, passati davanti a un giornale già sfogliato o seduti nella sonnolenta piazza Garibaldi, da dove, inevitabilmente, prima o poi passano tutte le storie, le piccole e le grandi, che scandiscono la vita di questo nostro paese.
Gli occasionali interlocutori, ai quali ho rubato una parola, un'espressione, un antico motto...
Senza di loro non sarebbe stato possibile realizzare questo lavoro.
E, ancora, il Priore Padre Beniamino Giudice, al quale devo alcune raziuneddi, raccolte dalla viva voce della signora Concetta Ingarao il giorno del suo centesimo compleanno; la signorina Rosa Failla, che mi ha gentilmente messo a disposizione una sua personale raccolta, che ho consultato soprattutto per scrivere il capitolo riguardante il tempo e le stagioni; il professore Peppino Morina, fabulatore raffinato e fonte inesauribile di ricordi: per molti della mia generazione maestro di vita e di saggezza; l'amico Vincenzo Rubulotta: si può dire che non c'è stato giorno, da quando ho iniziato questa ricerca, che non mi abbia portato un proverbio, una vecchia espressione, un antico modo di dire, appuntati in un pizzinu; il caro Nino Mugavero, col quale per lunghe ore, come in un gioco della memoria, certi pomeriggi abbiamo ripercorso i sentieri della nostra lontana infanzia alla ricerca di ricordi, di volti e di emozioni.
Un caro e commosso ricordo va alla memoria del Prevosto Padre Rosario Cottone: è stato lui a curare la pubblicazione di un libretto di devozioni contenente il testo dei Misteri del Rosario in dialetto siciliano e che io ho integralmente riportato come appendice al capitolo XIII°.
Ringrazio la signora Rita Leotta Spalletta, Ninetto Caramanna, Antonio Legname e Domenico Saglimbene per avermi messo a disposizione la loro raccolta di foto d'epoca, da cui ho tratto le immagini che corredano questo libro. Un grazie particolare va al sig. Salvatore Anello, titolare dell'omonimo studio fotografico, per avermi fornito, a puro titolo amichevole, oltre ad alcune delle foto pubblicate nel testo, anche la suggestiva foto di copertina.
Uno speciale ringraziamento sento il dovere di fare al Sindaco di Agira ing. Gaetano Giunta e all'Assessore alla Pubblica Istruzione prof. Giovanni Senfett, per aver apprezzato questo modesto lavoro e averne reso possibile la pubblicazione e la diffusione.
Grazie, infine, a coloro che, scorrendone le pagine, ne trarranno motivo d'orgoglio per le nostre tradizioni, la nostra cultura e le nostre origini.


 

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