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Proverbi agirini

Proverbi - Dissa u proverbiu anticu ca nun sbagghia...

Cap. XIII
Ccu Gesu mi curcu, ccu Gesu mi staiu...
ovvero
Devozioni, raziuneddi e giaculatorie.

Col termine raziuneddi, letteralmente preghierine, si  indicavano tutte le preghiere, dalle devozioni quotidiane che ogni buon cristiano recitava la mattina al risveglio e la sera prima d'addormentarsi, alle invocazioni per cercare aiuto e conforto nelle circostanze difficili della vita. C'erano raziuneddi per tutto: per propiziarsi la salvezza dell'anima (sembra, a giudicare dalle numerose raziuneddi arrivate sino a noi, che i nostri antenati fossero letteralmente ossessionati dalla paura di morire improvvisamente nel sonno e di non trovarsi in grazia di Dio) e per scongiurare le tentazioni del maligno; per chiedere un buon raccolto e per invocare la pioggia, che non arrivava quasi mai quando ci voleva.
Si tramandavano oralmente: le nonne e le madri le insegnavano ai più piccini. In ogni famiglia solitamente erano le donne le più pie; erano loro che con più fede si rivolgevano a Dio per chiedere di tutto. Il tutto dei poveri, si capisce, la salute e il necessario.
E c'erano raziuneddi un pò più "speciali"; come quando, per esempio, bisognava invocare la guarigione da una strana malattia o cirmari i vermi al bambino febbricitante; quando bisognava massaggiare una sfilatura o si voleva allontanare dalla casa il malocchio. Il malocchio soprattutto, che, tra i mali temuti, era forse quello che più faceva paura. Chi era persuaso di esserne rimasto vittima, infatti, finiva quasi sempre per ammalarsi veramente, non solo, ma poi addossava la responsabilità dei suoi guai al proprio nemico, o a qualche incolpevole poveraccio, che nessun'altra colpa aveva se non quella di esser considerato, forse soltanto a causa di un aspetto non proprio ridanciano, un menagramo, ittaturi e cuccu, come si diceva. L'influenza del malocchio risultava tanto più malefica, in quanto al male reale si aggiungeva una carica di odio e di sospetti che finiva per provocare altro odio e spesso ingiustificate vendette. Una strana malattia, una caduta rovinosa, una figlia da marito che non riusciva a trovare uno straccio di pretendente, persino una sposina che non riusciva ad avere un figlio; o anche soltanto un geranio che senza una ragione all'improvviso appassiva, un banale mal di testa, un animale che si ammalava, erano tutte disgrazie che quasi sempre venivano imputate all'ucchiatura di un vicino malvagio o di un amico invidioso.
Solo pochi, soprattutto anziani, meglio se nasciuti di vènniri, conoscevano e potevano recitare questo tipo di raziuneddi, veri e propri scongiuri che appartenevano, come si può ben capire, più alla sfera della magia che a quella della religione. Ma chi può con assoluta certezza delimitare e riconoscere, nelle pratiche religiose popolari, il discrimine tra religione e superstizione, tra rito sacro e magia?
E c'erano poi le preghiere liturgiche, quelle che accompagnavano i riti delle principali solennità religiose dell'anno, come Natale e Pasqua, per esempio.
Ricordo che a Natale la novena si faceva di mattina prestissimo. Ci alzavamo che ancora albeggiava. Dalle piccole case abbracciate le une alle altre e illuminate debolmente dall'incerta luce dei lumi a petrolio o dalle prime lampadine elettriche accese con parsimonia, sciamavano i piccoli gruppi sonnolenti, le donne col fazzulittuni nero in testa e i bambini coi miseri cappottucci striminziti, per recarsi in chiesa.
Nelle orecchie, assordate e sopraffatte da mille rumori e incapaci ormai di percepire il silenzio, a malapena la nostalgia riesce a restituirmi le note delle tante nenie che allegravano le lontane novene mattutine della mia infanzia. 

Cantamu e ludamu
lu viva cantamu
cantamu e ludamu
lu viva Gesù...

E come ci brillavano gli occhi quando, durante la messa di mezzanotte, nella chiesa gremita, in mezzo ad una profumata nuvola d'incenso, cadeva finalmente il velo, oltre il quale senza risposta si erano spinte le nostre ingenue domande e le nostre fantasiose supposizioni, ed ai nostri occhi innocenti appariva, come una grande speranza, il meraviglioso sorriso di un  Bamminièddu ricciuto!
Oggi del natale si è impadronita la nuova civiltà bottegaia, che solo per abitudine o per calcolo continua ancora a definirsi cristiana. E semmai un bel bambino ricciuto appare ancora ad allietare i nostri natali, è soltanto un bambino che alla televisione fa la pubblicità ad un panettone.
Non meno belli e suggestivi erano i riti della Settimana Santa. Dalla Domenica delle Palme al giorno di Pasqua il paese si animava. Vuoi per quel continuo via vai di fratelli dai costumi colorati per le strade, vuoi per la grande quantità di gente che affollava le numerose chiese (tra grandi e piccole ad Agira se ne contavano almeno una trentina nei primi decenni di questo secolo); un pò per quel diffuso profumo di cassateddi appena sfornate, e un pò forse anche per i primi tepori della primavera che finalmente tornava, fatto sta che per tutto il paese si respirava un'aria di grande festa.
Era comunque nella solenne e toccante processione del Cristo Morto, la sera del Venerdì Santo, che i riti religiosi raggiungevano il loro culmine massimo. Praticamente vi partecipava tutto il paese. In un clima di compunta compostezza e di silenzio lunare, la lunghissima processione si snodava dal Salvatore fino al Calvario. Davanti le confraternite. Fino a prima della guerra se ne contavano più di una decina, dai nomi che evocano un medioevo da noi mai completamente finito: a Madonna 'e l'Autu, a Cuncizioni, i Rusarianti, Santu Roccu, San 'Micienzi, a Morti, San 'Mrasi, San Giuanni, u Priatoriu, u Nomu i Gesu... Sfilavano secondo un ordine sancito da un protocollo vecchio di secoli e rigoroso, la cosiddetta vitiddina; davanti quelle di più recente costituzione, dietro le più antiche. Si racconta che quando u Tammulettu era ancora davanti alla vecchia caserma dei carabinieri, i primi fratelli avevano già fatto il giro attorno alle croci del calvario!
Ogni tanto, nel silenzio mestissimo, rotto solo dal rullìo funereo di un tamburo, o dal suono legnoso delle truòcculi che si facevano l'un l'altra eco in mezzo alla folla strabocchevole, si sentiva una voce che a passa parola arrivava fino alla testa del serpentone di torce a vento e che perentoriamente intimava: Ferma! Trentatre fermate si facevano, quanti erano stati gli anni di vita del Signore. Un breve attimo di sosta e poi di nuovo la stessa voce comandava: Avanzuliàmu fratelli! E il corteo ripartiva.
Agli angoli delle strade capannelli di giovani, al passaggio del Tammulettu e dell'Addolorata, intonavano u popula meu...
In questa raccolta ho voluto trascrivere soltanto raziuneddi di devozione e di fede. Preghiere semplici, le preghiere degli umili, testimonianza di una religione che conforta, aiuta, dà speranza nel bisogno, risolve piccoli problemi quotidiani. Il destinatario è uno potente, ma non come certi potenti di questo mondo, come i padroni delle terre, per esempio, superbi, arroganti e irragiungibili, che si facevano dire voscènza sabanadìca e alla fine di un anno di lavoro durissimo nelle loro terre ti rimandavano a casa con le pezze nel culo, cca pala e u tridenti, come si diceva. No, no. Lui è uno vicino, un amico, uno al quale si dà del tu, uno al quale si può chiedere tutto. Praticamente l'unico potente che sta dichiaratamente dalla parte dei poveri. Almeno così da sempre hanno creduto i poveri.
Sono le preghiere di mia madre, di mia nonna, e di chissà quante altre madri e altre nonne. Sono le preghiere che hanno accompagnato tante delle interminabili serate d'inverno della mia infanzia, quando, assieme alla carbonella nel braciere, si spegnevano i miei occhi e la mia testa ciondolava pericolosamente ora da un lato ora dall'altro, appesantita dal sonno irrefrenabile.
Finchè si spegnevano anche le ultime invocazioni della litania alla Madonna. Allora mia madre mi accompagnava a letto, prendeva la mia mano tra le sue e mi aiutava a fare il segno della croce. Ccu Gesu mi curcu, ccu Gesu mi staiu, siennu ccu Gesu paura nun aiu...

Iu mi curcu nni stu liettu
ccu Maria supra lu piettu.
Iu duormu e Idda vigghia,
si c'è cosa m'arrisbigghia.
 Ccu Gesu mi curcu, ccu Gesu mi staiu,
 siennu ccu Gesu paura nun aiu.
 
 Iu stasira mi curcu sula,
 m'accumpagna a Bedda Signura;
 mi 'ncucciuna cco so mantu,
 Patri, Figghiu e Spiritu Santu.
 U cuorpu dorma, l'arma vigghia,
 scinna l'angilu e si la pigghia.
 Ora chiuiu la porta mia
 ccu lu mantu di Maria;
 intra a porta e fori a rocca
 nun c'è nuddu ca mi tocca.
 Quannu mi curcu mi fazzu la cruci
 chiamannu a lu Signuri a forti vuci;
 appò mi vuotu cco figghiu di Maria
 e sia raccumannata l'arma mia.
 Tuttu lu munnu di piccati avissa,
 cca Vergini Maria mi cunfissassa,
 l'angilu a lu capizzu mi starrissa
 ca l'arma a Gesù Cristu la purtassa.
 Cusà di cca a n'autra ura iu murissa,
 corchi piccatu mill'a riurdari:
 a scutta fazzu di li me piccati,
 mmiatissimu e santu me Signuri.
 Pigghiti st'arma mia mentri trapassu,
 e scaccia lu nimicu Satanassu.
 E siddu vena mentri ca trapassu
 Gesù lu fa scacciari di lu cielu:
 Vattinni di diccà, luntanu arrasu!
 Iu mi curcu. Mi curcai
 e quattru cosi addumannai:
 cunfissioni, cuminioni,
 striminzioni e uogghiu santu.
 Patri, Figghiu e Spiritu Santu.
 Nnì stu liettu mi curcai
 quattru angili attruvai:
 dui da testa, dui de piedi,
 e nno mienzu u Signuri Diu.
 Iddu mi dissa, Iddu mi scrissa
 ca la cruci mi facissa.
 
 Iu mi curcu ppì durmiri,
 ma nna notti puozzu muriri.
 Se nun truovu u cunfissuri,
 pirdunatimi, Signuri.
 
 Bedda Matri di la Razia
 cunciditimi sta razia.
 Ppì li quinnici razioni
 ca liggistivu nna passioni,
 ppì li quinnici scaluna
 c'acchianastivu a dda ura,
 ppì lu Figghiu c'aviti 'mmrazza
 cunciditimi sta razia.
 O Bedda Matri vi viegnu a priari
 ca vuorru figghiu stu tiempu 'a carmari.
 Mòriri vuogghiu com'e cristiani,
 ccu l'ordini do Santu Saramentu.
 
 O Madunnuzza di Munti Sirratu
 a tutti banni atu firriàtu,
 ma nni sta casa nun cciatu vinutu.
 Viniticci ora e datimi aiutu.
 Santa Cruci biniditta
 di cu fustivu adurata?
 Di Giuànni e Mandalena
 e da matri Addulurata.
 Idda prea lu so figghiu
 ppi mannari a bona annata.
 A bona annata fu mannata.
 Oh, Cuncetta 'Mmaculata!
 O Santissimu Cce Homu
 quant'è bieddu u vuostru nomu,
 ppà curuna c'aviti 'ntesta
 carmati sta timpesta.
 
 Arma mia statti avirtenti
 ca ppi tia muriu Gesù.
 Sutt'o pizzu d'Alivedda
 c'è u diavulu 'ntantaturi:
 quant'è ladia a so fiùra
 fa scantari ogni criatùra.
 Ma tu, chi ci dirrai?
 Bruttu diavulu, vattinni di ccà,
 tu ccu mia nun cciai chi fà,
 pirchi o juornu i Santa Cruci
 dissi milli voti Gesù, Gesù, Gesù...
 Quannu caminu 'ncielu talìu:
 miegghiu muriri c'affenniri a Diu!
 Patriarca San Giuseppi
 i vuorri razi sunu setti:
 avanti c'agghiorna e scura
 facitiminni una.
 Patriarca San Giuseppi affurtunatu,
 patri di Gesu e spusu di Maria,
 di tutti i santi siti accumpagnatu.
 De razi vuostri una nni vurria:
 viniti o liettu quannu su malatu,
 quannu curtu mi nescia lu me sciatu,
 Gesuzzu vena, Giuseppi e Maria.
 
 Prutitturi san Fulippu,
 siti santu mmiraculusu:
 sta jurnata n'a passari
 ca m'aviti a cunsulari.
 San Fulippu, San Fulippu,
 cuorpu santu e binidittu,
 chista casa è muntuvata,
 nun ci pò lu mmalidittu.
 Dintr'a casa e ppì la via
 c'è la Vergini Maria.
 San Fulippuzzu chiuviti chiuviti,
 ch'e lavuredda sù muorti di siti.
 -Armuzzi biniditti unn'è ca siti?
 -Unn'è ca vola la Divinitati.
 -Faciti i cosi giusti e ci viniti,
 viniti a diri unn'è ca v'attruvati.
 Santa Barbaredda e Santu Cuonu,
 scanzatini di lampu e truonu.
 Rusalia supra lu munti
 ca cuntava i belli cunti.
 U dimuoniu ci dicìa:
 "và marìtiti, Rusalia!"
 "Sugnu bedda maritata,
 ccu Gesù sugnu spusata;
 e la parma e la curuna
 c'è Gesuzzu ca ma duna!"
 
 Sutta un pedi di nucidda
 c'è na naca picciridda;
 si cciannaca lu bamminu,
 san Giuseppi e San Jachinu.
 Lu canuzzu fa babbàu,
 l'acidduzzu fa cicìu:
 bellu dormiri ca fa Diu!
 Bamminieddu abballa abballa
 ca lu chianu è tuttu u tò;
 unni posa u to piduzzu,
 nascia menta e vasilicò.
 O Bamminieddu di Cartanissetta,
 ca tuttu u juornu faciti quazetta,
 facitiminni un paru a mia
 ca vi dicu na vimmarìa.
 O Bamminieddu di Cartagiruni,
 ca tuttu u juornu faciti turruni,
 datiminni un piezzu a mia
 ca vi dicu na vimmarìa.
 
 Ludatu sempri sia,
 lu nomu di Gesù, di Giuseppi e di Maria.   


I Misteri del Rosario
 
 Misteri Gaudiosi

- Diu ti manna l'ambasciata
  ca di l'angilu è purtata:
  di lu figghiu di Diu Patri
  già, Maria, sì fatta matri.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.
-  Tu ti 'nnisti ccu gran fretta
   'ncasa 'e Santa Elisabetta.
   San Giuanni n'era natu
   e fu ppi tia santificatu.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.
-  'Nni n'affritta mangiatura
   parturisti, o Ran Signura,
   a Gesuzzu binidittu,
   'mmienzu 'o voi e u sciccarièddu.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.
-  Comu all'autri fimmineddi,
   piccatrici e puvurieddi,
   nni la chiesa tu t'innisti
   e lu figghiu a Diu cci offristi.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.
-  A Gesuzzu tu pirdisti:
   u circasti e u ritruvasti
   ca 'nsignava la dottrina
   ccu sapiènzia divina.
 O gran Vergini Maria
 mi cunsuolu assai ccu tia.


 Misteri Dolorosi

-  Gesù all'uortu si dispona
   pp'iri a fari l'orazioni;
   e pinsannu a lu piccatu,
   sangu veru Diu ha sudatu!
 O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.
-  A Gesuzzu su pigghiaru,
   u spugghiaru e u ttaccaru.
   Appa tanti vastunati
   e i so carni fragillati.
 O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.
-  Fu ppì juocu 'ncurunatu,
   e ccu na canna sbriugnatu.
   Chi duluri 'ntesta prova:
   fuoru spini com'e chiova!
 O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.
- A muriri è cunnannatu
   comu 'on latru scialaratu.
   A so cruci 'ncuoddu porta,
   nuddu c'è ca lu cunforta.
 O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.
-  Alla vista di so Matri
   Crucifissu ccu dù latri,
   mora a forza di dulura
   u me caru Redenturi.
    O gran Vergini Maria
 a to pena è ancora a mia.


 Misteri Gloriosi

-  Cristu già risuscitau
   di la morti triunfau.
   Comu un re già triunfanti
   scarzarau li Patri Santi.
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.
-  E duoppu quaranta jorna
   Gesù Cristu 'ncielu torna.
   E Maria cche sò amici
   si l'abbrazza e binidici.
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.
-  Deci jorna già passaru
   ca l'Apustuli priaru.
   Maria 'nterra si trattinna
   fina co Spiritu Santu vinna.
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.
- Vinna l'ura di partiri
   e Maria 'ncielu iu a gudiri.
   O chi bedda sorti fu
   ìrisi a godiri a Gesù!
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.
-  Maria 'ncielu triunfau
   ccu arma e cuorpu 'ncielu annàu.
   'Ncurunata fu Rigina
   di la Trinità Divina.
 O gran Vergini Maria
 mi rallegru assai ccu tia.

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